Simulazione Pro 004 (SSM 2018) – Test Ammissione

Simulazione

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1 di 140 Domande

Scenario TI1C: Un giovane di 28 anni si presenta all'attenzione medica riferendo la comparsa di pomfi pruriginosi di piccole dimensioni (1-2 mm) circondati da un'area di eritema, dopo esercizio fisico o episodi febbrili. Come si definisce tale manifestazione?

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La risposta corretta è la A.
L’orticaria è una delle più frequenti patologie cutanee. Una lesione tipica dell’orticaria è un pomfo intensamente pruriginoso, circoscritto, sollevato, circondato da un’area eritematosa che scompare alla digitopressione, che può avere un diametro compreso tra pochi millimetri e molti centimetri; a volte il pomfo può allargarsi, sviluppando pallore centrale, fino a fondersi con altre lesioni adiacenti. Di solito le lesioni sono fugaci: si espandono e si risolvono in alcune ore, senza lasciare segni residui sulla pelle.
In base alla durata delle lesioni, l’orticaria si può classificare in una forma acuta, di durata <6settimane, ed una forma cronica, di durata >6 settimane.
Un sottogruppo di pazienti con orticaria cronica può presentare un particolare tipo di orticaria detta ‘’orticaria inducibile’’. Il termine è stato introdotto con le Linee Guida Internazionali del 2018 e indica il gruppo di orticarie prima definite ‘’orticarie fisiche’’.
Le orticarie fisiche sono disturbi in cui l'orticaria è indotta da stimoli ambientali, come calore, freddo, pressione applicata alla pelle, esercizio fisico, acqua, vibrazioni e luce solare e probabilmente sono un gruppo di patologie che derivano dall'accresciuta sensibilità dei mastociti alle condizioni ambientali, sebbene l'esatta patogenesi che ne regoli lo sviluppo non sia nota.
Tra le orticarie fisiche configura l’orticaria colinergica: i soggetti affetti presentano un’eruzione orticarioide con pomfi millimetrici, da 1 a 3 mm, circondati da eritema, che insorgono dopo un aumento della temperatura media corporea. Tra i fattori che sono comunemente in grado di stimolare una reazione colinergica ci sono l’esercizio fisico, la sudorazione, fattori emozionali, bagni o docce calde.
La diagnosi si basa sulla storia del paziente, sulla clinica e su specifici test di provocazione che includono la somministrazione intradermica di metacolina o più semplicemente l’immersione in un bagno caldo o l’esercizio fisico, anche se la negatività di tali test non esclude la diagnosi.
 
La risposta B non è corretta.
I pazienti che soffrono di dermografismo sviluppano pomfi lineari dopo aver strofinato un oggetto a punta o con bordo smussato sulla pelle. Tipicamente appare una triplice reazione caratterizzata da una zona rossa corrispondente a quella di sfregamento circondata da un’area di edema rilevato sulla superficie ed un alone rosso eritematoso e pruriginoso.
In assenza di rossore si parla di dermografismo bianco dove invece di esserci una vasodilatazione, si sviluppa una vasocostrizione.
I soggetti con dermografismo sono positivi al test da sfregamento in cui a seguito appunto dello sfregamento di un oggetto sul braccio del soggetto, compare un pomfo pruriginoso: nei soggetti non affetti da dermografismo, invece, si apprezzerà solamente un alone eritematoso.
La risposta C non è corretta.
Per angioedema si intende una condizione clinica caratterizzata da edema del derma profondo e del tessuto sottocutaneo in assenza di prurito.
L'angioedema ereditario (HAE) è una rara malattia autosomica dominante caratterizzata da episodi ricorrenti di angioedema ben demarcato senza orticaria, che colpisce più spesso la pelle o le mucose del tratto respiratorio superiore e del tratto gastrointestinale. Sebbene il gonfiore si risolva spontaneamente in due o quattro giorni in assenza di trattamento, l'edema laringeo può causare un’asfissia fatale e il dolore degli attacchi gastrointestinali può essere invalidante.
Il gonfiore che si verifica nell’ angioedema ereditario risulta dall'eccessiva produzione di bradichinina, un potente vasodilatatore: durante gli episodi di angioedema i livelli plasmatici di bradichinina hanno dimostrato essere più alti del normale. Nell'angioedema mediato dalla bradichinina, l'istamina e altri mediatori mastocitari non sono direttamente coinvolti, il che spiega la mancanza di risposta agli antistaminici e distingue questa forma di angioedema dall'angioedema mediato dall'istamina che si riscontra nelle reazioni allergiche e nell'orticaria.
Le principali forme di angioedema ereditario sono caratterizzate da carenza o disfunzione dell'inibitore C1, anche se esistono forme di angioedema ereditario in cui C1 è normale.
L' inibitore C1 è un reagente di fase acuta, membro della famiglia degli inibitori delle serin proteasi: C1 svolge normalmente un ruolo limitante nella produzione di bradichinina inibendo sia la callicreina che il fattore XII attivo, quindi, quando C1 è carente o disfunzionale, la produzione di bradichinina è relativamente incontrollata.
I pazienti con forme ereditarie di angioedema hanno questi difetti dalla nascita e generalmente presentano angioedema ricorrente da bambini o giovani adulti; esiste, tuttavia, anche una forma acquisita di carenza di C1 che si presenta nei pazienti più anziani (di età> 40 anni) senza una storia familiare di angioedema ed è associata a malattie autoimmuni nella maggior parte dei casi. 
La diagnosi si basa su una storia clinica e risultati fisici suggestivi durante gli episodi acuti di angioedema, combinati con risultati coerenti di studi sul complemento; una storia familiare di angioedema, inoltre, supporta fortemente la diagnosi, ma non è necessaria dal momento che circa un quarto dei pazienti presenta mutazioni de novo. Negli adulti, infine, non è richiesto un test genetico per confermare la diagnosi di angioedema con carenza di inibitore C1.
Rif. 1374dbuEmJbJ8

2 di 140 Domande

L'esofago di Barrett è costituito da una condizione in cui è sempre presente:

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La risposta corretta è la C.
L'esofago di Barrett, una condizione in cui il normale epitelio squamoso pluristratificato dell’esofago distale viene sostituito da epitelio cilindrico (o colonnare) metaplastico, si sviluppa come conseguenza della malattia da reflusso gastroesofageo cronica (GERD) e predispone allo sviluppo dell’adenocarcinoma esofageo. L’endoscopista può descrivere la lesione di Barrett, utilizzando la classificazione di Praga, dove si descrive la posizione della lesione, la sede rispetto al cardias, la sua estensione circonferenziale e l’altezza massima che raggiunge. A seconda dell’estensione delle lesioni, inoltre, si possono distinguere due tipi di Barrett:
- il Long Barrett, in cui la metaplasia si estende per oltre 3 cm al di sopra dello sfintere esofageo inferiore;
- lo Short Barrett, in cui la metaplasia ha un’estensione < 3 cm.
La diagnosi tuttavia non può prescindere dall’esame istologico, in quanto la biopsia definisce sia la presenza di esofago di Barrett che la presenza di eventuale displasia o trasformazione tumorale.
Rif. advvzo7b

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La risposta corretta è la D.
La colite ulcerosa è una malattia intestinale cronica caratterizzata da ricorrenti episodi di infiammazione limitati allo strato mucoso del colon che coinvolge comunemente il retto e può estendersi in modo prossimale e continuo interessando anche altre zone del colon.
La patogenesi della malattia è sconosciuta; l’ipotesi più accreditata è che in pazienti geneticamente predisposti vi sia un’alterata risposta immunitaria nei confronti di antigeni del lume intestinale, alimentari o batterici.
Clinicamente, l'insorgenza dei sintomi è generalmente graduale: inizialmente vi può essere un episodio autolimitante di emorragia rettale seguito, dopo settimane o mesi, da attacchi di diarrea sanguinolenta.
I sintomi associati includono dolore addominale colico, tenesmo, urgenza e in alcuni casi incontinenza: in una piccola porzione di pazienti con malattia prevalentemente distale, si può avere, invece, stitichezza accompagnata da frequenti perdite di sangue e muco.
La gravità dei sintomi può variare: vi può essere una malattia lieve con 3 o 4 scariche diarroiche al giorno con o senza sangue, oppure una malattia grave con più di 10 scariche diarroiche al giorno con forti crampi addominali e sanguinamento continuo. Non è esclusa la presenza di sintomi sistemici quali febbre, affaticamento, perdita di peso, dispnea e palpitazioni a causa di anemia secondaria a carenza di ferro da perdita di sangue, da malattia cronica o da anemia emolitica autoimmune.
Sebbene la colite ulcerosa coinvolga principalmente l'intestino, è associata a manifestazioni cliniche anche in altri organi e apparati tra cui:
Muscoloscheletrico : l'artrite è la manifestazione extraintestinale più frequente nel corso di IBD. La colite ulcerosa è associata sia ad un'artrite periferica non distruttiva, che coinvolge principalmente articolazioni grandi, che a spondilite anchilosante. Altre manifestazioni muscoloscheletriche di IBD comprendono l'osteoporosi, l'osteopenia e l'osteonecrosi.
Occhi: le manifestazioni oculari più frequenti comprendono uveite ed episclerite; i pazienti affetti possono essere asintomatici o lamentarsi di bruciore, prurito o arrossamento degli occhi.
Pelle: le lesioni cutanee più frequenti comprendono eritema nodoso e pioderma gangrenoso.
Epatobiliare : colangite sclerosante primitiva, steatosi epatica e malattia epatica autoimmune sono stati associati a IBD. I pazienti possono presentare affaticamento, prurito, febbre, brividi, sudorazione notturna e dolore al quadrante superiore destro mentre nel caso della colangite sclerosante primitiva sono solitamente asintomatici e identificati solo a causa di un aumento isolato della concentrazione sierica di fosfatasi alcalina.
Sistema ematopoietico: i pazienti con colite ulcerosa presentano un rischio maggiore di tromboembolismo venoso e arterioso insieme alla possibilità di sviluppare anemia emolitica autoimmune.
Polmoni: le complicazioni polmonari, sebbene rare, comprendono infiammazione delle vie aeree, malattia polmonare parenchimale, malattia tromboembolica e tossicità polmonare indotta da farmaci. I sintomi variano in base alla riduzione della capacità di diffusione di ossigeno e alla presenza di bronchiectasie che determineranno tosse e la produzione di escreato mucopurulento.
La  valutazione di un paziente con sospetta colite ulcerosa è atta ad escludere altre cause di colite, stabilire la diagnosi di rettocolite ulcerosa e determinare l'estensione e la gravità della malattia.
Il sospetto diagnostico di rettocolite ulcerosa viene posto in base alla presenza di diarrea cronica per più di quattro settimane ma per stabilire la diagnosi, oltre all’esame endoscopico, è necessario escludere altre cause di colite tramite anamnesi, studi di laboratorio e coltura delle feci; questi ultimi devono includere la ricerca della tossina di C. difficile, colture di routine per la ricerca di Salmonella , Shigella , Campylobacter e Yersinia e test specifici per Escherichia coli. Dovrebbe essere eseguita anche la microscopia per indagare la presenza di uova e parassiti e un test per la ricerca di Giardia, in particolare se il paziente presenta fattori di rischio come un recente viaggio in aree endemiche.
Per valutare la gravità della malattia può essere opportuno ottenere un esame emocromocitometrico completo, elettroliti, albumina e marcatori di infiammazione quali VES e proteina C-reattiva; i pazienti con colite ulcerosa grave possono avere anemia, un elevato tasso di sedimentazione degli eritrociti (≥30 mm / ora), bassa albumina e anomalie elettrolitiche dovute a diarrea e disidratazione.
I pazienti con colite ulcerosa e colangite sclerosante primitiva possono avere un aumento della concentrazione sierica di fosfatasi alcalina e possono ritrovarsi aumentate anche la calprotectina o la lattoferrina fecali a causa dell'infiammazione intestinale.
La valutazione della gravità della malattia è fondamentale per una corretta impostazione terapeutica del paziente; oggi è ancora molto utilizzata la scala di Truelove e Witts che permette di distinguere l’attività della malattia in 4 forme: lieve, moderata, grave e fulminante, in base a pochi parametri quali il numero di scariche diarroiche giornaliere, la frequenza del sanguinamento rettale, il valore della VES, dell’ emoglobina, la frequenza cardiaca e la temperatura corporea.
Nei pazienti affetti da rettocolite ulcerosa è stato, inoltre, rilevato un aumento dei titoli anticorpali, in particolare degli anticorpi citoplasmatici antineutrofili perinucleari (pANCA), tuttavia, l'accuratezza dei test anticorpali nella differenziazione della colite ulcerosa dalla malattia di Crohn è incerta e per questa ragione la valutazione degli autoanticorpi non fa parte della valutazione diagnostica routinaria dei pazienti con sospetta rettocolite ulcerosa.
L'imaging addominale non è richiesto per la diagnosi di colite ulcerosa, ma può essere eseguito in pazienti che presentano sintomi di colite. Tra gli esami che potrebbero essere utilizzati ci sono RX addome, ecografia addominale, clisma opaco con bario fino alla TC e alla RMN.
La radiografia addominale è solitamente normale nei pazienti con malattia da lieve a moderata, ma può identificare stipsi prossimale, ispessimento della mucosa secondaria all'edema e dilatazione del colon nei pazienti con colite ulcerosa grave o fulminante.
L'ecografia con Doppler può dimostrare un ispessimento della mucosa che appare ipoecogena in pazienti con colite ulcerosa attiva e i casi più gravi possono essere associati all'ispessimento della parete intestinale transmurale. Tuttavia, questi risultati ecografici non sono specifici per la colite ulcerosa e possono essere osservati anche nella colite determinata da altri fattori.
Il clisma opaco con bario nella forma lieve può essere normale o mostrare un pattern diffusamente reticolato con raccolte puntate e sovrapposte di bario nelle microulcerazioni, mentre nella malattia più grave potrebbe identificare ulcere ‘’a bottone’’, perdita di haustrature, restringimento del calibro luminale, pseudopolipi o polipi filiformi. Bisogna ricordare, però, che il clistere di bario andrebbe evitato nei pazienti gravemente malati, poiché potrebbe precipitare in un megacolon tossico.
La tomografia computerizzata e la risonanza magnetica possono mostrare un ispessimento marcato della parete intestinale, ma questo risultato non è specifico .
L’esame che permette la diagnosi definitiva della malattia è l’endoscopia associata a biopsie della mucosa: l'ileocolonoscopia consente di valutare l'ileo terminale, di determinare l'estensione e la gravità endoscopica della malattia e di effettuare delle biopsie del colon necessarie per stabilire la cronicità dell'infiammazione e per escludere altre cause di colite.
La caratteristica istologica saliente della RCU è la flogosi continua ed uniforme della mucosa; si può osservare edema della lamina propria con vasi congesti e stravaso di emazie, infiltrato infiammatorio composto da plasmacellule, linfociti, granulociti neutrofili che tendono ad invadere le cripte dando luogo ad ascessi criptici caratteristici. Vi è un danno epiteliale con riduzione del secreto delle cellule caliciformi,  disordine dell’architettura ghiandolare che può residuare anche a seguito dell’induzione della remissione completa della patologia in cui le cripte possono continuare ad apparire atrofiche e distorte. Nei pazienti con malattia di lunga durata, inoltre, potrebbero osservarsi segni di displasia di basso o alto grado associata ad un aumentato rischio di adenocarcinoma.
L’infiammazione di solito coinvolge il retto e si estende prossimalmente in uno schema continuo e circonferenziale, al momento della diagnosi nel 30-50% dei pazienti la malattia è limitata al retto o al colon sigmoideo, nel 20 al 30% dei pazienti vi è colite sinistra e solo in circa il 20% dei pazienti è presente una malattia estesa prossimalmente alla flessura splenica con coinvolgimento del cieco.
Complessivamente, i pazienti che presentano inizialmente una proctite hanno un decorso più benigno della malattia e frequentemente rispondono alla terapia topica, mentre quelli che presentano una malattia più estesa richiedono una terapia sistemica e hanno un rischio più elevato di colectomia.
Alla rettocolite ulcerosa si associano, inoltre, numerose complicanze:
Sanguinamento grave che può richiedere una colectomia urgente.
Colite fulminante e megacolon tossico:  la colite fulminante si può manifestare con  più di 10 scariche diarroiche al giorno, sanguinamento continuo, distensione e dolore addominale, sintomi tossici acuti tra cui febbre e anoressia. I pazienti con colite fulminante sono ad alto rischio di sviluppare megacolon tossico, caratterizzato da diametro del colon ≥ 6 cm o diametro del cieco> 9 cm e dalla presenza di tossicità sistemica, poiché il processo infiammatorio si estende oltre la mucosa fino a coinvolgere gli strati muscolari del colon.
Perforazione del colon: si verifica più comunemente come conseguenza di megacolon tossico. Tuttavia, può anche verificarsi in assenza di megacolon tossico in pazienti con il primo episodio di colite ulcerosa.
Neoplasie colorettali: la presenza di displasia delle cripte impone un’adeguata sorveglianza endoscopica.
 
La risposta B non è corretta.
La malattia di Crohn è una malattia infiammatoria cronica che può interessare qualunque tratto dell’apparato digerente con lesioni discontinue e intervallate da aree sane; le lesioni possono avere un aspetto fibrostenosante, fistolizzante o prevalentemente infiammatorio ed essere associate, quindi, ad un vario corteo sintomatologico che include dolore addominale, diarrea sanguinolenta di durata >6 settimane, calo ponderale, febbricola e astenia. La sintomatologia, comunque, varia in base alla sede e al tipo di lesione presente: nel caso di coinvolgimento prevalentemente perianale si possono osservare ragadi, ascessi e fistole; nel caso in cui siano coinvolti prevalentemente il retto e il sigma prevale il tenesmo e la rettorragia; nel caso di lesioni stenosanti vi è soprattutto dolore addominale crampiforme ricorrente localizzato in mesogastrio o in fossa iliaca destra.
Sono stati proposti diversi indici clinici di attività di malattia tra cui il più utilizzato è il Crohn’s Disease Activity Index (CDAI) definito da diverse variabili tra cui il numero di evacuazioni giornaliere, la sensazione soggettiva di dolore addominale, le manifestazioni extraintestinali associate, la presenza di una massa addominale, l’assunzione di antidiarroici, il valore dell’ematocrito e del peso corporeo.
La diagnosi, come nella RCU, si basa sulla storia clinica del paziente, sugli esami ematochimici ed esami colturali delle feci per escludere altre forme di colite infettiva.
Le alterazioni di laboratorio più frequenti comprendono anemia sideropenica, da perdita o da ridotto apporto di ferro, anemia megaloblastica da ridotto assorbimento di vitamina B12 o acido folico, leucocitosi, aumento della VES e della PCR ed alterazioni idroelettrolitiche secondarie alla diarrea cronica.
La radiologia è importante per un’adeguata valutazione della sede e dell’estensione della malattia: l’RX diretto addome in ortostatismo consente di rilevare livelli idroaerei e distensione delle anse ileali in caso di ostruzioni o perforazioni; il clisma opaco a doppio contrasto permette di osservare le lesioni della mucosa del colon anche se ad esso vengono preferite sicuramente l’endoscopia ma anche la TC e la RMN.
L’esame endoscopico viene considerato il gold standard per la diagnosi, permettendo di visualizzare la mucosa del colon e di effettuare campionamenti per l’esame istologico.

Rif. 70iir8nt

4 di 140 Domande

Nei pazienti affetti da Linfoma di Burkitt, soprattutto nella variante endemica, è stata dimostrata pregressa infezione da:

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La risposta corretta è la D.
Il  linfoma di Burkitt (BL) è un linfoma non-Hodgkin altamente aggressivo delle cellule B, caratterizzato dalla traslocazione e deregolazione del gene MYC sul cromosoma 8.
Sono conosciute tre distinte forme cliniche di linfoma di Burkitt: endemica (africana), sporadica (non endemica) e associati all'immunodeficienza.
L'infezione cronica da virus di Epstein-Barr sembra avere un ruolo praticamente in tutti i casi di linfoma di Burkitt endemico e in una minoranza di linfomi associati ad immunodeficienza. Un'ipotesi è che l'infezione da EBV stimoli l'espansione delle cellule B durante la quale possono verificarsi traslocazioni che possono portare alla sovraespressione di MYC.
Lo sviluppo del linfoma dipende dall'espressione costitutiva del proto-oncogene MYC localizzato sul cromosoma 8, che codifica per il fattore di trascrizione della proteina MYC che modula l'espressione di geni bersaglio implicati in molti processi cellulari, tra cui la crescita, la divisione cellulare e la morte cellulare per apoptosi.
In quasi tutti gli studi, il linfoma di Burkitt è associato a una traslocazione tra il braccio lungo del cromosoma 8, il sito dell'oncogene MYC, e una delle tre posizioni sui geni delle immunoglobuline:
Il gene della catena pesante Ig sul cromosoma 14: t(8; 14) presente in circa l’80% dei linfomi;
Il gene della catena leggera kappa sul cromosoma 2: t (2; 8) nel 15% dei casi circa;
Il gene della catena leggera lambda sul cromosoma 22: t (8; 22) in circa il 5% dei casi.
Dal punto di vista immunofenotipico le cellule tumorali esprimono l'immunoglobulina di superficie di tipo IgM e le catene leggere di immunoglobulina kappa più spesso di lambda, gli antigeni associati alle cellule B (CD19, CD20, CD22, CD79a), i marcatori associati al centro germinale (CD10 e BCL6), così come HLA-DR e CD43; manca l’espressione di CD5, BCL2 e CD23.  L'espressione di CD21, invece, dipende dallo stato EBV dei tumori: essenzialmente tutti i casi di linfoma di Burkitt endemico sono positivi per EBV ed esprimono CD21, mentre la stragrande maggioranza di linfomi non endemici in pazienti non immunosoppressi è negativa per EBV e priva di espressione CD21.
Clinicamente, i pazienti affetti da questo tipo di linfoma si presentano con una massa tumorale in rapida crescita e spesso hanno evidenza di lisi tumorale spontanea con una concentrazione di lattato deidrogenasi (LDH) molto elevata e livelli elevati di acido urico.
La forma endemica si presenta come un tumore delle ossa mascellari o facciali nel 50-60% dei casi mentre il coinvolgimento primario dell'addome è meno comune. Il tumore primitivo può diffondersi a siti extranodali tra cui il mesentere, l'ovaio, il testicolo, il rene, le mammelle e le meningi. Il coinvolgimento del midollo osseo è visto in meno del 10% dei pazienti al momento della presentazione iniziale, ma è una complicanza comune di malattia ricorrente o resistente al trattamento.
La forma sporadica, invece, di solito ha una presentazione addominale, il più delle volte coinvolge l'ileo distale, lo stomaco, il cieco, il mesentere, rene, testicolo, ovaio, seno, midollo osseo o sistema nervoso centrale. I sintomi di presentazione possono includere quelli relativi all'ostruzione intestinale o al sanguinamento gastrointestinale, che spesso imitano l'appendicite acuta o l'intussuscezione. Circa il 25% dei casi coinvolge la mascella o le ossa facciali. La linfoadenopatia, se presente, è generalmente localizzata. Il coinvolgimento del midollo osseo e del SNC si verifica approssimativamente nel 30 e 15% dei casi, rispettivamente, al momento della presentazione iniziale, ma sono complicanze comuni di malattia ricorrente o resistente al trattamento.
La diagnosi del linfoma di Burkitt, dopo essere stata indagata l’anamnesi, la clinica e gli esami di laboratorio,  si basa sulla  biopsia del tessuto coinvolto, solitamente una massa addominale o qualche altro sito extranodale ad esempio, una massa mandibolare. L'istologia rivela cellule monomorfiche con citoplasma basofilo e un'alta frazione di proliferazione con la frazione Ki-67 + che si avvicina al 100%.
L'analisi citogenetica dimostra una traslocazione che coinvolge il gene MYC sul cromosoma 8 e i riarrangiamenti che coinvolgono MYC possono solitamente essere rilevati mediante citogenetica di routine, ma anche mediante ibridazione in situ (FISH).

Rif. nqar3pl8

5 di 140 Domande














La risposta corretta è la C.
La  gotta è una malattia determinata dalla deposizione di cristalli di urato monosodico nelle articolazioni e si caratterizza biochimicamente dalla presenza di iperuricemia, con concentrazioni di urato sierico o plasmatico superiori a 6,8 mg/dL, considerato il limite oltre il quale l’urato non è più solubile.
L'iperuricemia è una precondizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo della malattia e dovrebbe essere distinta dalla gotta vera e propria.
L'iperuricemia persistente è un’anomalia biochimica comune che deriva da un'eccessiva produzione di urato associata ad un'assoluta o parziale compromissione dell'escrezione di acido urico renale: tutti i pazienti con gotta hanno iperuricemia ma la maggior parte delle persone iperuricemiche non ha mai sperimentato un evento clinico derivante dalla deposizione di cristalli di urato.
La  gotta tende a manifestarsi prima nella vita negli uomini rispetto alle donne ed è rara nell'infanzia.
Le tre fasi cliniche classiche nella storia naturale della malattia sono:
Attacchi di gotta: la riacutizzazione della gotta è tipicamente monoarticolare e intensamente dolorosa e si verifica negli arti inferiori. Una varietà di fattori dietetici e fisici, comorbidità, farmaci e altri fattori possono predisporre o provocare la riacutizzazione della gotta. Possono anche essere coinvolte articolazioni di altre regioni corporee e i pazienti possono sperimentare riacutizzazioni poliarticolari, più probabili nel caso di malattia di lunga durata;
Fase intercritica: dopo la risoluzione di una riacutizzazione gottosa si dice che il paziente sia entrato in un periodo intercritico ; si tratta di periodi che, soprattutto inizialmente, sono del tutto asintomatici ma nonostante ciò sono caratterizzati dalla deposizione continua di cristalli di urato, che causa erosioni ossee che possono poi evolvere in una vera e propria artropatia gottosa.
Artrite gottosa cronica e gotta topica: quando la gotta è diventata cronica si caratterizza per la presenza di tofi e a livello radiografico si possono riscontrare importanti perdite di sostanza ossea.
Siamo di fronte ad un’infiammazione granulomatosa cronica in cui c’è invasione di tutta la struttura articolare da parte dei cristalli di acido urico: le articolazioni non saranno più normali neanche morfologicamente presentandosi con deformità permanenti.
Con la progressione della malattia si può arrivare alla gotta detta cronica in cui vi è un interessamento poliarticolare, associato a tofi anche all’interno di vari organi e apparati come il sottocute, l’orecchio, il pericardio o a livello tendineo. I tofi sono raccolte solidificate di cristalli di acido urico che si depositano dapprima a livello sinoviale o cartilagineo nell’articolazione e, successivamente, a livello sottocutaneo.
Solitamente si possono osservare nelle dita delle mani o dei piedi, a livello del tendine di Achille, intorno ai gomiti e possono coinvolgere vari organi ed apparati in base alla gravità della malattia e generalmente sono indolore anche se possono infiammarsi e diventare dolorosi, soprattutto in assenza di trattamento.
Per la diagnosi ci si serve della clinica, degli esami di laboratorio, che attestano la condizione di iperuricemia, della radiografia delle articolazioni interessate e dell’analisi del liquido sinoviale mediante artrocentesi.
La terapia della gotta varia in base alla fase di malattia in cui si trova il paziente; la terapia della fase acuta prevede l’utilizzo di FANS associati a colchicina a cui si fa seguire, nella fase cronica, la somministrazione di allopurinolo.

Rif. l9nfluc3

6 di 140 Domande














La risposta corretta è la C.
La dopamina (o, più raramente, dopammina) è un neurotrasmettitore endogeno della famiglia delle catecolammine, con formula chimica C6H3(OH)2-CH2-CH2-NH2. Viene sintetizzata nelle terminazioni nervose a partire dalla tirosina tramite azioni sequenziali enzimatiche. In particolare, nei neuroni dopaminergici la dopamina sintetizzata viene stipata in vescicole secretorie grazie al trasportatore vescicolare delle monoamine-2, mentre, nelle cellule adrenergiche o noradrenergiche, essa viene convertita in noradrenalina dalla dopamina beta-idrossilasi: infatti, tale molecola costituisce un precursore della noradrenalina.
Infine, nelle cellule adrenergiche la noradrenalina viene convertita ad adrenalina (risposte A, B, D ed E errate).

Fonte: catecolamine prodotte nel metabolismo della tirosina

Rif. lpamqto1

7 di 140 Domande

Il trattamento di prima linea (il più importante da somministrare) dello shock anafilattico prevede somministrazione di:

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La risposta corretta è la B.
Per shock si intende una sindrome clinica caratterizzata da ipotensione, PAS < 90 mmHg o PAM < 65 mmHg con inadeguato flusso ematico periferico e sofferenza ipossica degli organi vitali. Nel caso dello shock anafilattico vi è una grave reazione di ipersensibilità che mette in pericolo la vita del paziente. Le reazioni anafilattiche possono essere di natura allergica e non allergica; anche se simili dal punto di vista clinico, si differenziano per i meccanismi patogenetici che stanno alla base: in generale è causata dal rilascio improvviso di mediatori mastocitari nella circolazione sistemica, il più delle volte deriva da reazioni mediate da immunoglobuline E (IgE) a cibi, farmaci e punture di insetti, ma qualsiasi agente in grado di provocare una degranulazione improvvisa e sistemica dei mastociti può determinare uno shock anafilattico.
Tra i mediatori liberati dalla degranulazione un ruolo fondamentale è sicuramente svolto dall’istamina che induce un aumento di permeabilità vascolare ed una riduzione delle resistenze periferiche, con riduzione della pressione arteriosa sistolica e diastolica; l’istamina ha anche un effetto inotropo, cronotropo positivo, effetti aritmogeni e induce un incremento del tono della muscolatura liscia nei polmoni e nell’apparato digerente. Questo clinicamente si traduce con ipotensione, cefalea, confusione mentale fino alla perdita completa della coscienza, broncospasmo, dispnea, vomito, nausea, diarrea e dolori addominali crampiformi. I sintomi d’esordio, comunque, sono quelli cutanei: qui la vasodilatazione indotta dall’istamina si manifesta con rossore, prurito, orticaria e angioedema che nelle fasi iniziali si presenta soprattutto a livello di labbra e lingua.
L'anafilassi non è sempre facile da riconoscere in quanto il coinvolgimento degli organi bersaglio è variabile e può differire sia tra individui che tra i diversi episodi in uno stesso individuo.
Lo shock anafilattico è una condizione clinica drammatica per la quale è indispensabile iniziare il trattamento il più precocemente possibile; la prima cosa da fare è l’iniezione di adrenalina per via intramuscolare, preferibilmente a livello del vasto laterale della coscia ad una dose di 0,01mg/kg in una soluzione 1:1000 (1mg/mL) fino ad un massimo di 0,3 mg nei bambini e 0,5 mg negli adulti. Sarà utile, inoltre, registrare il tempo della prima dose perché se necessario è possibile ripeterla dopo 5-15 minuti. Bisognerà, allora, assicurare la pervietà elle vie aeree, attuare ossigenoterapia ad alte dosi, stabilire un accesso venoso e iniziare l’infusione di soluzione fisiologica se necessario.
 

Rif. v09oga73

8 di 140 Domande

Scenario TA2C: Un medico sta rianimando un paziente in tachicardia ventricolare (TV) senza polso. Permane TV senza polso dopo l'erogazione di 3 scariche di defibrillatore e una dose di 1 mg di adrenalina. Quale farmaco occorre somministrare successivamente?

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La risposta corretta è la A.
Per tachicardia ventricolare (TV) si intende una tachicardia a complessi larghi (>120 ms) di origine ventricolare e di durata >30 secondi o < 30 secondi ma mal tollerata emodinamicamente.
Viene distinta in:
Monomorfa, con complessi QRS >120 ms con identico asse e morfologia;
Polimorfa, caratterizzata da complessi QRS>120 ms con asse elettrico e morfologia che variano da battito a battito.
La tachicardia ventricolare in assenza di polso è una delle cause di arresto cardiaco e viene definita, insieme alla fibrillazione ventricolare, un ritmo defibrillabile.
L’algoritmo per l’arresto cardiaco dei ritmi defibrillabili richiede rianimazione cardio-polmonare (RCP), fino a quando non sia disponibile un defibrillatore con il quale, dopo aver verificato il ritmo defibrillabile del paziente, verrà avviata la sequenza di carica ed erogata una prima scarica elettrica.
A questo punto verrà ripresa la RCP e, dopo 2 minuti dalla prima scarica, si procederà con un nuovo controllo del ritmo: qualora ci si trovi ancora in presenza di un ritmo defibrillabile si erogherà una seconda scarica elettrica cui farà seguito la RCP per altri 2 minuti. Nel frattempo, se la situazione non migliora, si potrà decidere di somministrare 1mg di adrenalina ev, ripetibile ogni 3-5 minuti. Passati ulteriori 2 minuti, eseguito un nuovo controllo del ritmo e deciso di erogare una terza scarica elettrica seguita da RCP, se non vi sono cambiamenti nella situazione del paziente, si potrà somministrare o nuovamente adrenalina, oppure l’amiodarone, farmaco antiaritmico di scelta nel caso di arresto cardiaco. Inizialmente viene fatto un bolo di 300 mg di amiodarone ev od intraosseo, ripetibile successivamente con le stesse modalità ad un dosaggio di 150 mg.
L’amiodarone è un farmaco antiaritmico di classe III ma che possiede caratteristiche comuni a farmaci appartenenti ad altre classi di antiaritmici: blocca i canali del sodio a rapide frequenze di stimolazione, come i farmaci di classe I, ha un’azione simpaticolitica non competitiva, come nel caso dei farmaci di classe II ed è capace di prolungare il potenziale d’azione cardiaco come i farmaci che appartengono alla classe III.

Rif. b76u9tlb

9 di 140 Domande

Scenario TT3V: Un medico deve procedere a incannulazione dell'arteria radiale per il monitoraggio invasivo della pressione arteriosa. Prima della procedura è opportuno eseguire:

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La risposta corretta è la B.
I cateteri arteriosi sono comuni nei pazienti critici, possono essere utilizzati per ottenere sangue arterioso per i test di laboratorio, per la misurazione diretta della pressione sanguigna e della gittata cardiaca. Tuttavia, l'inserimento di un catetere arterioso è una procedura invasiva che può comportare diverse complicanze.
Il primo passo nella cateterizzazione arteriosa è l’identificazione di un polso arterioso palpabile: i dati non supportano un particolare sito, ma i più comuni includono l’arteria radiale, femorale, brachiale o le arterie ascellari.
Nei  pazienti sottoposti a cateterismo arterioso a livello dell’arteria radiale uno dei rischi associati alla puntura arteriosa è l'ischemia distale al sito della puntura, per tale ragione ci si deve assicurare che sussista  un flusso collaterale, bisogna cioè valutare che i collaterali dell’arteria radiale siano pervi: a tale scopo sono utilizzati il test di Allen o il test di Allen modificato.
Nel test di Allen modificato la mano del paziente è inizialmente tenuta in alto e con il pugno chiuso. Entrambe le arterie radiale e ulnare sono compresse saldamente dai due pollici dell'investigatore; la mano viene abbassata e quando il pugno viene aperto, il palmo della mano appare bianco. A questo punto la pressione sull’arteria ulnare viene rilasciata mentre l'occlusione viene mantenuta sull'arteria radiale: se l'arteria ulnare è pervia e l'arco palmare superficiale è intatto, entro circa sei secondi il palmo della mano dovrebbe tornare di colore rosa. Anche se i tempi di ritorno della circolazione al palmo variano considerevolmente, il test è generalmente considerato anormale se trascorrono dieci secondi o più prima che ritorni colore alla mano.
Il test di Allen, da cui il test di Allen modificato si è evoluto, viene eseguito in modo identico, tranne che per il fatto che questi passaggi vengono eseguiti due volte: una volta con rilascio di pressione sull'arteria ulnare mentre l'occlusione viene mantenuta sull'arteria radiale e una volta, invece, rilasciando la pressione sull'arteria radiale mentre l'occlusione viene mantenuta sull'arteria ulnare.
 

Rif. 649ul79q

10 di 140 Domande

Scenario AV4X: Un paziente deve essere sottoposto a un intervento chirurgico ortopedico. Subito dopo l'esecuzione dell'anestesia locoregionale, il paziente sviluppa i sintomi di tossicità sistemica da anestetico locale. Quale dei seguenti NON è un sintomo tipico di tale tossicità?

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​​​​​​​La risposta corretta è la B.
Gli anestetici locali sono farmaci che nella pratica clinica vengono utilizzati da molti medici, tra cui anestesisti, chirurghi, medici di pronto soccorso e dentisti.
Nonostante l'uso diffuso, tali farmaci sono spesso erroneamente considerati senza effetti collaterali o privi di tossicità: la tossicità sistemica legata all’anestesia locale, invece, è sempre una potenziale complicazione che riguarda principalmente il sistema nervoso centrale e il sistema cardiovascolare e può verificarsi con tutti gli anestetici locali e qualsiasi via di somministrazione.
Tutti gli anestetici locali esercitano il loro effetto principalmente bloccando i canali del sodio voltaggio-dipendenti, impedendo l'afflusso di sodio con la successiva depolarizzazione e la generazione del potenziale d'azione. Questo blocco di conduzione impedisce la trasmissione del dolore dalle cellule neuronali alla corteccia cerebrale, producendo in tal modo analgesia e anestesia.
La tossicità si verifica quando gli anestetici locali influenzano i canali cardiaci del sodio o dei neuroni talamocorticali nel cervello. Tutti gli anestetici locali possono causare tossicità sistemica, tuttavia, la relazione tra tossicità del sistema nervoso centrale e tossicità cardiaca variano.
Gli anestetici locali inizialmente bloccano le vie corticali inibitorie ,con conseguenti segni e sintomi eccitatori, ma in un secondo momento l'aumento dei loro livelli ematici provoca una depressione generalizzata del SNC, che si manifesta con sonnolenza, coma e depressione respiratoria (ipoventilazione).
 
Le risposte A, D ed E non sono corrette.
Gli anestetici locali a livello centrale bloccano inizialmente le vie corticali inibitorie con conseguenti segni e sintomi eccitatori tra cui intorpidimento della lingua, tinnito, alterazioni dello stato mentale o ansia, cambiamenti visivi, contrazioni muscolari fino alle convulsioni. Il più piccolo di questi effetti può verificarsi con l'iniezione intravascolare di una piccola dose di anestetico locale (ad esempio, dopo una dose di prova epidurale, o una dose incrementale di anestetico durante il blocco del nervo periferico), o subito dopo l'iniezione di dosi più elevate.
Questi sintomi e segni devono avvertire il medico di interrompere l'iniezione e prepararsi per la progressione verso eventi più gravi del sistema nervoso centrale o cardiovascolare.
La risposta C non è corretta.
A livello cardiovascolare gli anestetici locali agiscono inizialmente incrementando l'attività simpatica con conseguenti tachicardia ed ipertensione fino a determinare aritmie ventricolari  o asistolia.
Rif. bp5cav8o

11 di 140 Domande

Scenario AV4X: Un paziente deve essere sottoposto a un intervento chirurgico ortopedico. Subito dopo l'esecuzione dell'anestesia locoregionale, il paziente sviluppa i sintomi di tossicità sistemica da anestetico locale. Qual è l'antidoto da somministrare?

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La risposta corretta è la C.
Una volta sospettata, sulla base della clinica, la tossicità sistemica da anestetici locali, è necessario seguire i seguenti passaggi:
Interrompere l'iniezione del farmaco;
Reperire un accesso endovenoso, se non già presente;
Gestire le vie respiratorie: se necessario, controllare la ventilazione con una maschera facciale o un tubo endotracheale. L'obiettivo dovrebbe essere quello di prevenire l'ipossia e l'acidosi.
Ridurre il consumo di ossigeno, prevenire l'ipossia e l'ipercapnia somministrando una benzodiazepina (ad es. Midazolam). Se necessario, somministrare succinilcolina per interrompere l'attività muscolare tonico-clonica e attenuare l'acidosi metabolica, riconoscendo che ciò non avrà alcun effetto sull'attività elettrica del sistema nervoso centrale.
Gestire le aritmie e fornire supporto cardiovascolare. Tra gli obiettivi vi è quello di mantenere la perfusione coronarica e prevenire l'ipossia del tessuto cardiaco.
Somministrare un’emulsione lipidica (ad esempio Intralipid 20%) in bolo in base al peso corporeo ideale del paziente.
Il meccanismo d'azione dell'emulsione lipidica per il trattamento della tossicità sistemica da anestetici locali non è chiaro e può dipendere da diversi fattori. Storicamente, si pensava che il lipide agisse legando l'anestetico locale per rimuoverlo dal tessuto bersaglio, mentre secondo una teoria emergente, un po' diversa, l'emulsione lipidica trasporta l’anestetico dal cuore e dal cervello agli organi che immagazzinano e detossificano il farmaco.
 

Rif. s0hsqvh4

12 di 140 Domande

Scenario KK5U: Una donna di 45 anni giunge al Pronto Soccorso in coma e depressione respiratoria, il medico somministra naloxone cloridrato 0,4 mg per via endovenosa. Il naloxone cloridrato è:

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La risposta corretta è la A.
Il  naloxone è un antagonista degli oppioidi che annulla rapidamente gli effetti del sovradosaggio da oppioidi.
La dose abituale di naloxone somministrato per via orale in caso di sovradosaggio da oppioidi è di 0,4 mg (0,4 mg / 1 ml di soluzione) iniettata per via endovenosa, intramuscolare o sottocutanea: basse dosi di naloxone, infatti, da 0,4 a 0,8 mg, prevengono od antagonizzano prontamente gli effetti degli oppiodi. Normalmente si considera che 1 mg di naloxone antagonizza gli effetti di 25 mg di eroina.
Successivamente alla somministrazione del naloxone sarà possibile osservare:
Un aumento della frequenza respiratoria, nei pazienti in cui essa era depressa;
Abolizione degli effetti sedativi;
Aumento della pressione arteriosa se era precedentemente ridotta.
La durata degli effetti antagonistici dipende dalla dose e generalmente si aggira tra 1 e 4 ore anche se spesso si accompagna a fenomeni di rimbalzo; ad esempio, la frequenza respiratoria depressa dagli oppioidi in modo transitorio diventa più elevata rispetto al periodo precedente la depressione, e l’aumento della liberazione di catecolamine può causare tachicardia, ipertensione ed aritmie ventricolari.
Non sono riconosciuti particolari effetti avversi associai all’uso del naloxone; solo nei soggetti dipendenti da oppioidi morfino-simili vi è la possibilità che anche piccole dosi di naloxone scatenino una sindrome da astinenza, similare a quella che si verifica a seguito della brusca interruzione di oppioidi.
 
La risposta B non è corretta.
Nei pazienti con stipsi o ridotta motilità del GI causata dal trattamento cronico con oppioidi, si possono utilizzare antagonisti degli oppioidi che abbiano solo un’azione periferica, come il metilnaltrexone.
La risposta C non è corretta.
Il naloxone è un farmaco di sintesi con affinità per tutti i tipi di recettori per gli oppioidi, somministrato spesso anche in associazione con l’ossicodone.
La risposta E non è corretta.
Gli antagonisti degli oppioidi, hanno un grande impiego nel trattamento della tossicità acuta da oppioidi, soprattutto per il trattamento della depressione respiratoria: principalmente il naloxone agisce antagonizzando rapidamente la depressione respiratoria causata da alte dosi di oppioidi. La specificità del naloxone in questo ambito è tale da utilizzarlo come uno strumento diagnostico utile a stabilire se un dato oppioide è la causa, o la concausa, della depressione respiratoria di un paziente.

Rif. ebz4hgef

13 di 140 Domande

Scenario VE6G: Una paziente di 40 anni, asintomatica per dispnea, riferisce di aver avuto un episodio di fibrillazione atriale parossistica della durata di 24h un mese prima. All'ecocardiogramma si reperta un prolasso della mitrale da flail di P2 con insufficienza mitralica moderato-severa. Frazione d'eiezione (LVEF) 58%.In base alle recenti linee guida dell'European Society of Cardiology, quale procedura è indicata in tale paziente?

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La risposta corretta è la E.
Il  prolasso della valvola mitrale è una causa comune di rigurgito mitralico e la causa più comune di chirurgia valvolare nei paesi sviluppati; la sua prevalenza nella popolazione generale è stata suggerita, da alcuni studi, aggirarsi tra il 4% e il 10%, maggiormente tra i soggetti di sesso femminile.
Tra le cause principali del prolasso della valvola mitrale vi è la degenerazione mixomatosa dei foglietti valvolari in assenza di un disturbo organico del tessuto connettivo. Il grado di coinvolgimento dei lembi valvolari è variabile e si traduce in uno spettro clinico variegato.
Spesso, il prolasso valvolare mitralico primario può essere associato anche  ad altre anomalie valvolari, ad esempio della valvola tricuspide nel 40-50% o della valvola aortica nel 10-20% , ad anomalie scheletriche del torace o alla sindrome di von Willebrand.
Sono stati identificati anche casi di prolasso mitralico di tipo familiare con un modello di trasmissione più comunemente autosomico dominante, oltre che una  forma recessiva legata all'X. Accanto alle forme primarie di prolasso della valvola mitrale, vi sono lanche delle forme secondarie a malattie del connettivo (ad esempio nel caso della sindrome di Marfan, sindrome di Ehlers-Danlos,), ad osteogenesi imperfetta e pseudoxantoma elastico. Anche l'endocardite infettiva provoca lesioni distruttive con rottura delle corde tendinee che determinano un alterato movimento dei lembi mitralici; allo stesso modo, la febbre reumatica acuta può causare il prolasso determinando dapprima un vero allungamento del tessuto valvolare, la cui successiva retrazione porta all'insorgenza della malattia.
Nel prolasso della valvola mitrale il processo degenerativo può coinvolgere l'intero complesso valvolare mitralico cioè lembi valvolari, corde tendinee e anulus mitralico; le corde tendinee sono generalmente allungate con una forza ridotta e possono rompersi. L'anulus, invece, è tipicamente dilatato e frequentemente disgiunto dal suo normale supporto miocardico. Al contrario, i muscoli papillari sono di solito normali.
Dal punto di vista clinico la sintomatologia dipende dalla velocità e dall’entità del rigurgito mitralico: inizialmente, il sintomo riferito più spesso è quello delle palpitazioni, determinate nella maggior parte dei casi da extrasistoli ventricolari e talvolta da aritmie sopraventricolari; frequentemente i pazienti riferiscono anche precordialgie a causa della tensione anomala esercitata sui muscoli papillari e sulla parete ventricolare dai lembi mitralici prolassanti. Con il progredire della malattia si assiste ad un incremento dei volumi diastolici e un deterioramento della funzione sistolica che, nel tempo, porta all’instaurarsi dello scompenso cardiaco.
Dal punto di vista diagnostico, il segno principale è la presenza di un soffio cardiaco meso-telesistolico preceduto da un click, generalmente auscultabile sull’itto della punta con una caratteristica irradiazione verso l’ascella, e a volte associato ad un terzo tono. Il gold standard per la diagnosi di prolasso mitralico è l’ecocardiogramma che consente di avere informazioni precise circa la morfologia della valvola, l’entità del rigurgito, la funzione sistolica e diastolica e le dimensioni delle camere cardiache.
Nei pazienti sintomatici (NYHA III e IV) con normale o ridotta funzione ventricolare e nei pazienti asintomatici (NYHA I e II) ma con una frazione di eiezione <60%  deve essere presa in considerazione la possibilità di effettuare un intervento chirurgico.
Gli interventi sulla valvola mitrale si dividono fondamentalmente in due gruppi:
plastica o riparazione valvolare, effettuata sulla valvola nativa;
sostituzione valvolare, in cui la valvola nativa viene sostituita con una protesi meccanica o biologica.
L’intervento di plastica della mitrale consiste nella riparazione della valvola in modo da correggere la patologia, senza sostituire totalmente la valvola; la plastica della valvola mitrale è più spesso efficace in bambini e adolescenti con valvole maggiormente flessibili, in adulti con un’insufficienza valvolare legata ad un prolasso, in caso di dilatazione dell’anulus mitralico, a seguito di disfunzione o rottura dei muscoli papillari secondaria ad ischemia e in presenza di alterazioni valvolari associate ad endocardite infettiva.
La riparazione valvolare, inoltre, quando possibile viene preferita alla sostituzione perché si associa ad un miglior mantenimento della funzione cardiaca, ad una migliore sopravvivenza con minor rischio di endocardite e necessità di una terapia anticoagulante non a lungo termine. Secondo le ultime Linee Guida della Società Italiana di Cardiologia sulle valvulopatie pubblicate nel 2017, infatti, dopo un intervento di plastica della mitrale si esegue una terapia anticoagulante orale per 3 o 6 mesi seguita da terapia con antiaggregante, di solito con cardioaspirina mentre nel caso di sostituzione valvolare con valvole meccaniche, la terapia anticoagulante va mantenuta tutta la vita e se si utilizzano valvole biologiche, la terapia anticoagulante viene effettuata per 3-6 mesi seguita da terapia antiaggregante in base al rischio trombotico specifico del paziente.
 

Rif. 9bpp11zv

14 di 140 Domande

Il diverticolo di Meckel è:

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La risposta corretta è la C.
Il diverticolo di Meckel è l'anomalia congenita più comune del tratto gastrointestinale. I diverticoli di Meckel sono rari e spesso clinicamente silenti, in particolare nell'adulto.
Il diverticolo di Meckel deriva dall’obliterazione incompleta del dotto vitellino che porta alla formazione di un vero diverticolo dell'intestino tenue: si tratta cioè di un diverticolo contenente tutti gli strati della parete dell'intestino tenue a livello della superficie antimesenterica dell'ileo medio-distale. Rappresenta un residuo persistente del dotto onfalomesenterico, che collega, nel feto, il lume dell’intestino al sacco vitellino.
Clinicamente è generalmente silente; quando asintomatico può essere scoperto durante l'esplorazione addominale effettuata per altre cause, alcune volte può essere individuato accidentalmente a seguito di indagini di diagnostica per immagini, mentre, quando sintomatici, determinano dolore addominale, sanguinamento gastrointestinale od ostruzione intestinale. Tra il 25 e il 50% dei pazienti con sintomi ha meno di 10 anni.
 
La risposta E non è corretta.
Nella popolazione generale, la prevalenza del diverticolo di Meckel è stata stimata a circa il 2% con un rapporto uomo-donna di 2: 1.

Rif. htfgol5v

15 di 140 Domande

Scenario GE7V: Una donna di 39 anni riferisce da circa tre mesi dolore anale violento scatenato dalla defecazione con episodi di sanguinamento. Qual è la diagnosi più probabile?

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La risposta corretta è la E.
Tra le patologie anali, la ragade anale è una delle più comuni malattie anorettali benigne causa di dolore e sanguinamento anale. La ragade anale è un'ulcerazione lineare dell'ano, situata prevalentemente lungo la linea mediana posteriore che si sviluppa inizialmente come una lacrima dell'anoderma; clinicamente i pazienti presentano dolore anale spesso presente a riposo, esacerbato dalla defecazione, che perdura diverse ore dopo quest’ultima e, sebbene il dolore sia il sintomo cardinale, un sintomo altrettanto importate è il sanguinamento anale di modesta entità.
Quando i sintomi hanno una durata maggiore di 8 settimane, si parla di ragade anale cronica.
Il muscolo sfintere interno, esposto all'interno del letto della spaccatura, frequentemente ha degli spasmi che non solo contribuiscono al dolore severo ma vanno anche a limitare il flusso sanguigno alla ragade, impedendone la guarigione.
La maggior parte delle ragadi anali sono primarie e sono causate da traumi locali dovuti a stitichezza, diarrea, parto vaginale o sesso anale; tuttavia, possono anche essere secondarie a malattia di Crohn, altre malattie granulomatose, es. Tubercolosi extrapolmonare, sarcoidosi, patologie maligne, ad es. cancro anale a cellule squamose, leucemia, o malattie trasmissibili sessualmente, es. Infezione da HIV, sifilide, clamidia.
L’esame obiettivo del retto e l’anoscopia sono i principali strumenti nella diagnosi di ragade anale; attraverso l’ispezione si esaminerà la linea mediana posteriore: le ragadi acute appaiono comunemente come una superficiale lacerazione longitudinale, simile ad un taglio di carta; una ragade cronica, invece, si caratterizza per essere spesso accompagnata da manifestazioni cutanee all'estremità distale della ragade stessa definite manifestazioni sentinella (papille anali ipertrofiche), attribuite all'infiammazione cronica con conseguente fibrosi. L’anoscopia, permettendo di visualizzare chiaramente la ragade nella mucosa ano-rettale, consente di confermare la diagnosi.
 
La risposta A non è corretta.
Per prolasso rettale si intende la protrusione del retto attraverso l’ano: la mucosa rettale, di color rosso scuro,  fuoriesce dall’ano e diviene visibile.
Dal punto di vista clinico, si tratta di una condizione che può causare  sanguinamento rettale e soprattutto incontinenza fecale, cioè perdita incontrollata di feci ma raramente provoca dolore, che di solito si manifesta in presenza di un prolasso grave o in presenza di complicanze.
La risposta B non è corretta.
Nel 40% dei casi la patologia emorroidaria è asintomatica; i pazienti sintomatici di solito lamentano prurito anale, senso di pesantezza e sanguinamento abbondante a seguito della defecazione, in cronico, potrebbe causare anemia. Non vi è dolore acuto dopo la defecazione e l’ematochezia è accentuata.
​​​​​​​La risposta C non è corretta.
Per ascesso rettale si intende una raccolta di pus nella porzione terminale del retto dovuta all’infezione delle ghiandole mucose site all'interno del canale rettale. I pazienti con un ascesso rettale si presentano all’osservazione medica con sintomi costituzionali, quali febbre e malessere generale, associati ad una tumefazione dolente ricoperta da cute tesa ed intensamente arrossata. Il dolore è severo e costante, non associato alla defecazione; spesso può drenare materiale purulento spontaneamente,  il che comporta un certo sollievo della sintomatologia dolorosa. Non si associa a dolore acuto né a sanguinamento.
La risposta D non è corretta.
Una fistola anorettale è la manifestazione cronica del processo perirettale acuto che forma un ascesso anale: quando l'ascesso si rompe o viene drenato, può formarsi una traccia epitelizzata che collega l'ascesso all'ano o al retto.
Dal punto di vista clinico, i pazienti con fistola anorettale riferiscono un dolore costante che peggiora con i movimenti e la posizione seduta; spesso nell’area della fistola, oltre al dolore, i pazienti possono lamentare bruciore e prurito e comunemente riferiscono la fuoriuscita di pus e sangue.

Rif. 5gpiotsm

16 di 140 Domande

Scenario GG8V: Durante un'ecografia epatica effettuata per altri motivi in una donna di 58 anni, viene evidenziato un voluminoso calcolo singolo nella colecisti. La donna non ha disturbi riferibili alla patologia. Quale terapia deve essere consigliata alla paziente?

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La risposta corretta è la A.
La litiasi è la patologia più frequente della colecisti; sulla base delle loro caratteristiche strutturali, i calcoli della colecisti possono essere di colesterolo o pigmentati, cioè con un elevato contenuto di calcio. L’aumentata secrezione biliare di colesterolo sembra essere la causa più comune di saturazione biliare in colesterolo e dipende dall’aumento della sintesi epatica di colesterolo stesso  più o meno associata alla ridotta sintesi ed escrezione di acidi biliari. Esiste, tuttavia, anche una certa predisposizione genetica alla litiasi biliare nella quale, tra i vari geni, sembrano essere coinvolti anche quelli implicati nella regolazione dell’enzima idrossimetilglutaril-CoA, enzima chiave nella sintesi del colesterolo.
La litiasi pigmentaria, invece, si caratterizza per la presenza di calcoli neri e marroni e sembra essere associata ad emolisi cronica, alle malattie croniche del fegato e ad infezioni delle vie biliari.
La maggior parte dei pazienti con calcoli biliari è asintomatica e i calcoli vengono rilevati casualmente con l’imaging addominale effettuato per altre cause. La maggior parte di questi pazienti rimarranno asintomatici mentre quelli che sviluppano sintomi tipicamente si presentano all’osservazione clinica con una colica biliare: è raro che un paziente precedentemente asintomatico presenti le complicanze della malattia litiasica senza aver prima avuto episodi di colica biliare.
Dal punto di vista fisiopatologico la colica biliare è di solito causata dalla contrazione della colecisti in risposta alla stimolazione ormonale o neuronale atta a spingere il calcolo, o l’eventuale fango biliare, al di fuori della colecisti: ciò comporta un aumento della pressione intra-colecisti che è alla base del dolore colico. Successivamente, mentre la colecisti si rilassa, i calcoli si spostano spesso lungo le vie biliari e il dolore lentamente scompare.
Clinicamente, la colica biliare si caratterizza per un dolore intenso localizzato nel quadrante superiore destro o nell'epigastrio o che può irradiarsi alla schiena, in particolare a livello della scapola destra. Il dolore è spesso associato a diaforesi, nausea e vomito e nonostante il nome, il dolore della colica biliare è di solito costante e non colico.
In genere, la colica può essere scatenata dopo l’ingestione di un pasto grasso che rappresenta uno stimolo per la contrazione della colecisti. Tuttavia, l'associazione con i pasti non è universale, e in una proporzione significativa di pazienti, il dolore è notturno. Non è esacerbato dal movimento e non è alleviato dalla posizione seduta e dura in genere almeno 30 minuti, per poi stabilizzarsi nell'arco di un'ora e iniziare a placarsi, con la durata totale di un attacco minore di 6 ore.
I pazienti con colica biliare non complicata di solito non presentano  febbre o tachicardia e i risultati dei test di laboratorio (emocromo completo, aminotransferasi, bilirubina, fosfatasi alcalina, amilasi e lipasi) sono normali. Se un paziente si presenta durante un episodio di dolore, l'esame obiettivo addominale è generalmente benigno non associato a segni peritoneali perché la colecisti non è infiammata.
Una volta che un paziente sviluppa sintomi, è probabile che essi si ripresentino e che il paziente abbia un maggior rischio di sviluppare complicanze.
Le complicanze della litiasi biliare sono:
Colecistite acuta: la complicanza più comune; si tratta di una condizione clinica caratterizzata da dolore nel quadrante superiore destro, febbre e leucocitosi associata a infiammazione della colecisti, che è solitamente dovuta alla presenza dei calcoli.
Colecistite cronica: infiltrazione cronica delle cellule infiammatorie nella colecisti. La sua presenza non si correla a sintomi specifici poiché i pazienti con un'infiammazione cronica della colecisti possono presentare solo sintomi minimi.
Coledocolitiasi con o senza colangite acuta: sono delle condizioni cliniche che si riferiscono rispettivamente alla presenza di calcoli biliari all'interno del dotto biliare comune e ad una condizione clinica caratterizzata da febbre, ittero e dolore addominale come conseguenza dell'infezione delle vie biliari a seguito della loro ostruzione.
Pancreatite acuta: dovuta all'ostruzione del dotto pancreatico o dell'ampolla di Vater da parte dei calcoli biliari.
Altre rare complicanze comprendono il cancro della colecisti o la sindrome di Mirizzi, cioè l’incuneamento di un calcolo biliare nel dotto cistico che causa la compressione del dotto epatico.
Nel caso di pazienti sintomatici con calcoli biliari tipici all'imaging, viene raccomandata la colecistectomia elettiva per prevenire futuri attacchi di coliche biliari e le complicanze della malattia. La colecistectomia viene tipicamente eseguita per via laparoscopica, sebbene possa anche essere eseguita attraverso un'incisione a livello del quadrante superiore destro: rispetto alla colecistectomia aperta, quella laparoscopica riduce il dolore postoperatorio e accorcia in modo significativo la degenza ospedaliera, la convalescenza e il tempo di allontanamento, ed è preferita da molti pazienti dal punto di vista estetico. Tuttavia, la procedura laparoscopica è stata associata ad un aumentato rischio di danno del dotto biliare comune e potrebbe richiedere la conversione in una procedura aperta a causa di una varietà di problemi tecnici della procedura chirurgica o legati al paziente.
La maggior parte dei pazienti con calcoli biliari asintomatici e scoperti incidentalmente, invece, non richiede alcun trattamento.  La colecistectomia profilattica non è indicata in questi casi poiché il rischio di sviluppare complicanze potenzialmente letali e gravi è basso e, se i sintomi si manifestano, inizialmente sono lievi. Tuttavia, i pazienti con calcoli biliari asintomatici devono essere istruiti sui sintomi che potrebbero presentarsi in modo da poter iniziare un adeguato trattamento prima che si sviluppino le complicanze della malattia.

Rif. bp0gnicr

17 di 140 Domande

Scenario HB9W: Un ragazzo di 21 anni si reca in Pronto Soccorso per dolore in fossa iliaca destra esacerbato dalla palpazione profonda con addome per altro trattabile. All'esame emocromocitometrico è presente importante leucocitosi (globuli bianchi 22.000/mm ). Qual è la diagnosi più probabile?

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La risposta corretta è la C.
L'appendicite acuta è una delle più frequenti emergenze chirurgiche. Si presenta in circa 1/5 dei soggetti con un’età inferiore ai 20 anni e in 1/10 di quelli con un’età superiore ai 20 anni, con un picco di incidenza di solito nella seconda o terza decade di vita. La patologia, inoltre, presenta una diversa ricorrenza anche in base al sesso: è stato infatti stimato un rischio di 8.6% nei maschi e 6.7% nelle femmine con una percentuale di poter andare incontro ad appendicectomia rispettivamente del 12% e del 23%.
Pur trattandosi di una condizione patologica molto frequente, la comprensione delle cause dell’appendicite acuta è ancora scarseggiante e non ci sono neanche molti dati attendibili su cui poter basare la valutazione della severità della malattia.
Le caratteristiche anatomiche dell’appendice quali lo stretto lume, la grande quantità di tessuto linfoide presente e la tendenza all’occlusione sono considerati fattori predisponenti all’infiammazione dell’organo. L’ostruzione, identificata come causa principale di flogosi acuta, può essere conseguenza di numerose condizioni; nel 60% dei casi è determinata dall’ iperplasia dei follicoli linfatici, di cui è ricca la sottomucosa, a seguito di una flogosi batterica o virale che può avere sia un’origine intestinale che extraintestinale; Nel 35% dei casi è stata osservata la presenza di coproliti, piccole concrezioni di materiale fecale, che accumulandosi nell’appendice possono causarne l’intasamento con conseguente flogosi: una dieta ad alto contenuto di fibre, pertanto, ridurrebbe il rischio di appendicite. Nel 3-4% dei casi l’ostruzione è causata dalla presenza di un corpo estraneo, di natura alimentare o parassitaria, e nell’ 1-2% dei casi, può essere conseguenza di un tumore appendicolare o cecale, per esempio un carcinoide giovanile o un adenocarcinoide. Anche ectopie dell’organo, situs inversus, o la torsione dell’appendice sono stati ipotizzati come possibile causa di infiammazione acuta dell’organo.
Dal punto di vista clinico, i sintomi classici di appendicite sono rappresentati da dolore addominale, principalmente in fossa iliaca destra, febbre, nausea, vomito e diarrea.
Il dolore è il sintomo premonitore nella maggior parte dei casi, ha un esordio generalmente in sede epigastrica o periombelicale e migra poi, nel corso delle ore successive, nel quadrante inferiore destro -più precisamente in fossa iliaca destra, ove assume un carattere di continuità; quando si localizza in tale sede diviene anche più intenso. La febbre, inizialmente assente o modesta, può raggiungere anche 39°C nel caso di peritonite. Successivamente all’insorgenza del dolore, possono comparire diminuzione dell’appetito, nausea e vomito e spesso possono associarsi anche alterazioni dell’alvo, quali stipsi o diarrea.
Una corretta diagnosi non può prescindere da un’adeguata anamnesi ed un attento e premuroso esame fisico: l’ispezione evidenzia un addome piano, globoso o disteso, mobile o ipomobile con gli atti del respiro; si studiano eventuali cicatrici chirurgiche in quanto pongono in diagnosi differenziale l’ipotesi di briglie aderenziali ed escludono la diagnosi di appendicite in caso di pregressa appendicectomia.
Si procede a questo punto con la palpazione dell’addome che va iniziata lontano dalla sede presunta dell’appendicite, lasciando, quindi, per ultima, la zona della fossa iliaca destra: il dolore evocato in questa sede è il segno più importante per la corretta diagnosi di appendicite acuta. La ricerca della dolorabilità in alcuni punti specifici o la positività di determinate manovre, può fornire indicazioni importanti:
Manovra di Blumberg: questa manovra consiste nel deprimere progressivamente con la mano a piatto la parete della fossa iliaca destra e ritraendo poi velocemente la mano. In questo modo si determina un brusco movimento di decompressione che stimola il peritoneo parietale e, in caso di irritazione peritoneale, stimola le terminazioni nervose, risvegliando un vivo dolore – dolorabilità da rimbalzo;
Manovra di Rovsing: si esercita una pressione sull'addome a livello della fossa iliaca sinistra e se ciò evoca dolore nella fossa iliaca destra si parla di segno di Rovsing positivo, segno incostante di appendicite acuta. Il dolore è dovuto alla improvvisa distensione del cieco determinata dal dislocamento dei gas contenuti nel colon;
Segno dello psoas: viene provocato dall’estensione della coscia destra del paziente, in decubito laterale sinistro; in questo caso, estendendo la coscia del paziente viene stirato il muscolo e il dolore che ne deriva suggerisce la presenza di un’appendicite retrocecale, cioè di un’appendice infiammata che giace sullo psoas;
Segno dell’otturatore: dolenzia provocata dalla rotazione passiva della coscia destra, flessa sul bacino, nel paziente in decubito laterale sinistro;
Segno di McBurney: dolenzia alla palpazione del punto di repere situato fra il terzo esterno ed il terzo medio della linea obliqua che congiunge la spina iliaca anteriore superiore destra all’ombelico.
Si procede con la percussione dell’addome e l’auscultazione che è di scarso valore ma potrebbe confermare una peritonite qualora siano assenti i movimenti peristaltici.
Anche se la diagnosi di appendicite acuta è essenzialmente clinica, può essere corroborata o meglio indirizzata da indagini di laboratorio o di immagini.
I markers biochimici sono usati per implementare la storia del paziente e l’esaminazione clinica: nessun marcatore infiammatorio da solo può identificare l’appendicite acuta con un’alta specificità e sensibilità, tuttavia il loro utilizzo combinato permette un’adeguata interpretazione del quadro clinico.
L’emocromo, con la conta dei globuli bianchi viene effettuato di routine, quando disponibile, in tutti i pazienti con una sospetta appendicite acuta; mostra la presenza di una leucocitosi neutrofila, con un aumento di globuli bianchi che supera i 10.000/μl. Non infrequentemente, però, i globuli bianchi potrebbero restare entro il range di normalità. Tra gli altri valori alterati troveremo, una percentuale di neutrofili >60% nella formula leucocitaria ed un innalzamento di diversi marcatori di infiammazione, quali, proteina C reattiva (PCR), procalcitonina e in alcuni casi fibrinogeno e D-dimero.
In questa fase potrebbe rivelarsi utile anche andare ad effettuare un esame delle urine che mostrando ematuria, leucocituria o piuria, potrebbe mettere in evidenza una patologia urologica come causa di dolore addominale.
I segni clinici e i dati di laboratorio da soli hanno uno scarso valore predittivo, mentre, se combinati tra loro e considerati nel complesso, la loro capacità predittiva è molto più forte, anche se non perfettamente accurata. Su questo presupposto si sono sviluppati diversi score di rischio, tra cui quello di Alvarado, il cui scopo è quello di identificare i pazienti con basso, intermedio e alto rischio di avere appendicite acuta.
La diagnosi di appendicite acuta può rivelarsi, talvolta, complessa, in virtù di una clinica poco specifica, per questo motivo, la diagnostica per immagini svolge un ruolo chiave nella ricerca di specifici segni: il primo esame da effettuare in regime d’urgenza è rappresentato dall’ecografia, il gold standard nella ricerca di segni diretti e indiretti specifici. La TC rappresenta, invece, un esame di seconda scelta per differenziare le appendiciti da altre patologie e per avere conferma diagnostica nei casi dubbi all’esame ecografico.

Rif. 0tf0qero

18 di 140 Domande

Scenario BU10O: Un anziano (78 anni), con anamnesi patologica remota negativa, lamenta episodi di proctorragia persistenti da 4 mesi. Ha eseguito una visita proctologica, risultata negativa per patologie anali. A quale esame strumentale deve essere sottoposto in prima istanza?

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La risposta corretta è la C.
Il paziente del caso clinico, affetto da proctorragia persistente da 4 mesi e negativo per patologie anali, deve essere sottoposto in prima istanza a pancolonscopia. Infatti, soprattutto nei pazienti con età > 50 anni, la proctorragia potrebbe essere causata da polipi adenomatosi o cancro del colon-retto: di conseguenza, il gold standard diagnostico è rappresentato dall’esplorazione del colon mediante pancolonscopia.
Inoltre, la rettoscopia non è indicata come esame di prima istanza non permettendo di studiare il colon, il cui studio risulta fondamentale per individuare la causa della proctorragia (risposta D errata). Infine, la TC addome e il clisma opaco non rappresentano il gold standard, in quanto non permettono una valutazione completa della mucosa anale, rettale e colica (risposte A e B errate).
Rif. fgb5dpc3

19 di 140 Domande

Scenario HD11P: Un paziente, non effetto da malattia di Crohn, lamenta la fuoriuscita di pus da un orifizio a circa 3 cm dal margine anale. Viene posta diagnosi di fistola perianale. Il trattamento consigliato è:

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La risposta corretta è la A.
Per fistola anorettale si intende la manifestazione cronica del processo perirettale acuto che forma un ascesso anale: quando l'ascesso si rompe o viene drenato, può formarsi una traccia epitelizzata che collega l'ascesso all'ano o al retto.
Dal punto di vista clinico, i pazienti con fistola anorettale riferiscono un dolore costante che peggiora con i movimenti e la posizione seduta; spesso nell’area della fistola, oltre al dolore, i pazienti possono lamentare bruciore e prurito e comunemente riferiscono la fuoriuscita di pus e sangue.
La diagnosi di fistola si basa principalmente sui reperti caratteristici della storia clinica e dell’esame obiettivo quali dolore, drenaggio purulento e lesioni cutanee perirettali.
Non sono richiesti studi di imaging per la diagnosi di fistole semplici ma possono essere utili per la valutazione diagnostica di fistole complesse o ricorrenti.
Il trattamento chirurgico è il cardine della terapia ed è richiesto in pazienti con fistole anorettali sintomatiche con l'obiettivo di sradicare la fistola preservando la continenza fecale.
Per identificare l'apertura esterna ed interna, il percorso della fistola e la quantità di muscolo sfintere che incorpora, è spesso necessario esaminare il paziente in sala operatoria sotto anestesia: identificare l'apertura interna della fistola non è sempre semplice e per tale ragione sono stati studiate diversi principi e manovre che facilitino il chirurgo.

Rif. 6ciubo2n

20 di 140 Domande

Scenario RC12A: Un paziente di 62 anni è stato sottoposto 3 anni prima a una emicolectomia destra per adenocarcinoma (pT2, N0, M0). Nel corso del follow-up viene identificato un nodulo polmonare periferico del lobo superiore destro, del diametro di 2 cm, unica sede di captazione a una PET-Total body. L'agobiopsia TC guidata del nodulo ha dimostrato che si tratta di adenocarcinoma metastatico. Il paziente non presenta altre comorbidità. Il trattamento consigliato è:

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La risposta corretta è la A.
Circa il 25% dei pazienti affetti da neoplasia colon-retto sviluppa metastasi esclusivamente epatiche o polmonari.
In presenza di metastasi isolate del polmone in assenza di altre comorbilità la chirurgia può essere considerata come il primo intervento terapeutico potenzialmente curativo.
 

Rif. oamt6b2i

21 di 140 Domande

Scenario ID13D: Una donna, sottoposta 5 mesi prima a intervento di gastrectomia totale per una neoplasia gastrica in stadio localmente avanzato, lamenta la comparsa di una tumefazione espansibile ai colpi di tosse, non dolente, in corrispondenza della ferita chirurgica. Qual è la diagnosi più verosimile?

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La risposta corretta è la C.
L'ernia è una protuberanza, un rigonfiamento o la proiezione di un organo, o parte di un esso, attraverso le strutture corporee che normalmente lo contengono.
La parete addominale è costituita da strati sovrapposti di muscoli e tessuti connettivali che contengono e proteggono gli organi intra-addominali mentre facilitano il movimento e la respirazione.
I muscoli della parete addominale formano una cavità grossolanamente cilindrica delimitata superiormente dal processo xifoideo e dai margini costali, e inferiormente dalla sinfisi pubica e dalle creste iliache. I due pilastri centrali dei muscoli retti dell'addome si fondono sulla linea mediana per formare la linea alba; lateralmente, si collegano con i muscoli obliquo esterno, obliquo interno e trasverso addominale.
Le ernie della parete addominale possono essere classificate in base alla localizzazione anatomica ed in base all’eziologia in:
ernie congenite, in cui il difetto nella parete addominale è presente fin dalla nascita (ad esempio onfalocele e gastroschisi);
ernie acquisite, in cui il difetto della parete addominale si sviluppa a causa dell'indebolimento o dell'interruzione dei tessuti fibromuscolari dopo un'incisione chirurgica, laparoceli, o in assenza di incisione chirurgica, in quest’ultimo caso si parla di ernie primarie.
 
Per laparocele, quindi, si intende un’ernia acquisita caratterizzata dalla fuoriuscita di visceri addominali attraverso delle sedi di minor resistenza della parete addominale a causa di ferite chirurgiche; si differenziano dalla ernie primarie che, invece, comportano la fuoriuscita di organi addominali da orifizi preesistenti, ad esempio il canale inguinale.
L'incidenza dipende dalla posizione e dalla dimensione delle incisioni stesse e al suo sviluppo concorrono numerosi fattori tra cui età del paziente, obesità, fumo, malnutrizione, terapia immunosoppressiva, disturbi del tessuto connettivo che possono ostacolare la normale guarigione delle ferite e aumentare il rischio di ernia; l'obesità è probabilmente il fattore correlato al paziente più importante che predispone alla formazione di un laparocele.
Anche altri fattori sono correlati ad un aumentato rischio di laparocele, tra cui:
Infezione del sito chirurgico, che può interferire con il normale processo di guarigione;
Chiusura fasciale subottimale;
Deiscenza fasciale addominale , che può essere correlata a suture rotte o perdita di integrità della fascia addominale;
Tipo di chirurgia addominale: alcuni tipi di chirurgia addominale sono maggiormente associati allo sviluppo di laparocele tra cui interventi per la riparazione dell'aneurisma dell’aorta addominale, interventi di chirurgia bariatrica, o interventi di resezioni gastriche estese.
Il laparocele si sviluppa tipicamente nel periodo postoperatorio precoce potendo, però, presentarsi fino a 10 anni dopo l'intervento chirurgico anche se le presentazioni ritardate possono essere dovute anche all'espansione di una o più piccole ernie non rilevate in precedenza.
I pazienti con un laparocele si lamentano tipicamente di un rigonfiamento nella parete addominale nel sito di una precedente incisione chirurgica; i sintomi sono generalmente aggravati da tosse o tensione, con cui il contenuto di ernia sporge attraverso il difetto della parete addominale.
All'esame obiettivo, i pazienti di solito presentano una tumefazione a livello della parete addominale nel sito di una precedente incisione, tumefazione che si fa più pronunciata a seguito dell’aumento della pressione intra-addominale ( ad esempio con la manovra di Valsalva). Si deve sospettare un laparocele in un paziente con una storia di chirurgia addominale precedente che si presenta con dolore addominale o disagio associato a un rigonfiamento addominale.
La diagnosi può essere confermata dalla palpazione di un rigonfiamento in corrispondenza o in prossimità del sito di una precedente incisione addominale e di un discreto difetto fasciale; nei pazienti con sospetta ernia che non può essere confermata all'esame obiettivo sarà necessario eseguire una tomografia computerizzata (TC) dell'addome e / o pelvi che permette anche di identificare il contenuto dell’ernia.
 
La risposta A non è corretta.
L’ernia di Spigelio si verifica attraverso un difetto dell'aponeurosi del muscolo addominale trasversale delimitato dalla linea semilunare lateralmente, e dal bordo laterale del muscolo retto medialmente. Man mano che l'ernia si sviluppa, il grasso preperitoneale emerge attraverso il difetto, portando con sé il peritoneo; essa resta, tuttavia, coperta dall'aponeurosi del muscolo obliquo esterno intatta, motivo per cui  quasi tutte le ernie di Spigelio sono di natura interparietale, e solo raramente il sacco erniario si trova nei tessuti sottocutanei anteriori alla fascia obliqua esterna.
Il paziente presenta più spesso un gonfiore nell'addome medio-basso, appena lateralmente rispetto al muscolo retto, dolente e dolorabile. Le sospette ernie di Spigelio possono essere diagnosticate mediante tomografia computerizzata addomino-pelvica (TC) o ecografia e, a seguito della loro determinazione, è generalmente raccomandata la riparazione chirurgica.

Rif. uli77iqb

22 di 140 Domande

Scenario ID14A: Una donna di 45 anni è affetta, da molto tempo, da una piccola ernia inguinale destra. Improvvisamente la tumefazione nota diventa dura e dolente. Si associa leucocitosi. Qual è la diagnosi più probabile?

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La risposta corretta è la D.
L'ernia è una protuberanza, un rigonfiamento o la proiezione di un organo, o parte di un esso, attraverso le strutture corporee che normalmente lo contengono. L’ernia inguinale rappresenta è caratterizzata dalla fuoriuscita di un organo, generalmente intestino tenue e raramente colon o vescica, attraverso il canale inguinale.
La sintomatologia di un’ernia non complicata è solitamente un reperto occasionale, generalmente si tratta di un dolore acuto, localizzato nella sede dell’ernia che recede nel giro di qualche giorno e segue uno sforzo acuto, che comporta l’aumento della pressione intra-addominale. In altri casi, il paziente può lamentare un dolore sordo, che aumenta con la tosse o con il ponzamento (manovra di Valsalva). Nella maggior parte dei casi, tuttavia, l’ernia è asintomatica e si si mostra solo come una tumefazione più o meno evidente con uno sforzo fisico e a volte presente costantemente, anche a riposo. 
Tuttavia un’ernia può andare incontro a diverse complicanze, quali:
Flogosi: si tratta di un processo infiammatorio di tutti gli elementi anatomici che costituiscono l’ernia che può recedere spontaneamente, attraverso l’uso di antibiotici, oppure portare il paziente sul tavolo operatorio se concomita con altre complicanze. È molto comune nelle ernie ombelicali.
Intasamento: consiste nell’accumulo di materiale intestinale nell’ansa erniata che ostacola il transito e la riducibilità del viscere. Si manifesta soprattutto nelle ernie di grosse dimensioni che passano attraverso un orifizio erniario largo e clinicamente si presenta come un aumento delle dimensioni della tumefazione che diventa irriducibile ma non è dolente, dolorabile e non è tesa. Se non trattata, però, potrebbe evolvere verso lo strozzamento.
Strozzamento: è dovuto ad una brusca ed improvvisa costrizione del viscere contenuto nel sacco erniario che ne impedisce la riduzione, il transito del materiale intestinale e ne ostacola il circolo sanguigno: la riduzione del flusso venoso e linfatico porta al rigonfiamento del tessuto interessato e man mano che l'edema si accumula, il flusso venoso e, in definitiva, quello arterioso vengono compromessi con conseguente ischemia e necrosi del contenuto erniario. È una condizione che si manifesta clinicamente con una tumefazione dolente e dolorabile alla palpazione, il paziente può essere febbrile e può essere evidente un eritema della cute. Le ernie strozzate si possono manifestare con i sintomi di ostruzione intestinale tra cui nausea, vomito, dolore addominale e gonfiore e sintomi sistemici in caso di strangolamento e necrosi intestinale. Generalmente la peritonite generalizzata non si verifica poiché il tessuto ischemico o necrotico è intrappolato all'interno del sacco erniario; tuttavia, se un segmento strozzato dell'intestino si riduce, spontaneamente o inconsapevolmente, possono essere presenti anche segni peritoneali generalizzati. Si tratta di una complicanza maggiormente presente nelle ernie di piccole dimensioni.  Per la diagnosi, l’anamnesi e l’esame fisico del paziente possono essere dirimenti per porre il sospetto diagnostico di ernia strozzata anche se in caso di dubbi potrebbe essere utile avvalersi di esami strumentali quali l’ecografia o la TC addome-pelvi. 
Incarceramento: si tratta di una condizione di riducibilità ridotta od assente che si manifesta a seguito alla formazione di aderenze tra il contenuto del sacco erniario e la porta erniaria.
 
La risposta A non è corretta.
Dal punto di vista clinico, i sintomi classici di appendicite sono rappresentati da dolore addominale, principalmente in fossa iliaca destra, febbre, nausea, vomito e diarrea.
Il dolore è il sintomo premonitore nella maggior parte dei casi, ha un esordio generalmente in sede epigastrica o periombelicale e migra poi, nel corso delle ore successive, nel quadrante inferiore destro -più precisamente in fossa iliaca destra, ove assume un carattere di continuità; quando si localizza in tale sede diviene anche più intenso. La febbre, inizialmente assente o modesta, può raggiungere anche 39°C nel caso di peritonite. Successivamente all’insorgenza del dolore, possono comparire diminuzione dell’appetito, nausea e vomito e spesso possono associarsi anche alterazioni dell’alvo, quali stipsi o diarrea.
La risposta B non è corretta.
Per sciatalgia si intende una sindrome dolorosa caratterizzata da dolore lungo il territorio innervato dal nervo sciatico, che solitamente deriva da una compressione di quest’ultimo da parte di ernie vertebrali, irregolarità ossee, stenosi vertebrali o tumori. ll dolore si irradia lungo il decorso del nervo sciatico, cioè lungo i glutei e il versante posteriore della coscia fin sotto il ginocchio; è tipicamente urente, lancinante o pungente, monolaterale e talvolta può essere associato a lombalgia. I pazienti possono lamentare intorpidimento e talvolta debolezza nella gamba colpita e, se la causa è un’ernia del disco intervertebrale, la manovra di Valsalva o la tosse possono peggiorare il dolore.
La risposta C non è corretta.
Con il termine di volvolo intestinale si intende la rotazione di una porzione di intestino tenue su se stesso con un conseguente quadro di ischemia, e successiva necrosi, causata dalla compromissione della vascolarizzazione di quella porzione di intestino.
Clinicamente si manifesta con un quadro di occlusione intestinale caratterizzato da un forte dolore addominale, nausea, vomito, ematemesi o ematochezia ed instabilità emodinamica. La diagnosi, sospettata sulla base della clinica, viene accertata mediante esami strumentali quali l’RX diretta addome e la TC addome.
La risposta E non è corretta.
L'aneurisma dell'aorta addominale (AAA) è una condizione comune e potenzialmente letale; si considera aneurismatica una dilatazione dell'aorta addominale con un diametro> 3 cm. Nella maggior parte dei casi si tratta di una condizione asintomatica; quando presenti, i sintomi includono dolore (manifestazione più comune) localizzato nell'addome, nella schiena o nel fianco, sensazione di una massa addominale pulsatile e ipotensione, che si verificano in circa il 50% dei pazienti con un aneurisma dell’aorta addominale rotto.
 

Rif. 1m2p7dq4

23 di 140 Domande

Scenario IN15D: Un giovane motociclista ha un incidente stradale e subisce un violento trauma in ipocondrio sinistro. Giunge in Pronto Soccorso in stato di shock. All'ecografia dell'addome si evidenzia la rottura centro-parenchimale della milza con emoperitoneo. Qual è il trattamento di scelta?

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La risposta corretta è la E.
La milza è un importante organo linfopoietico, che comprende circa il 25% della massa linfoide totale del corpo; si trova posterolateralmente nel quadrante superiore sinistro dell'addome sotto l'emidiaframma sinistro e lateralmente alla maggiore curvatura dello stomaco.
E’ uno degli organi intra-addominali più comunemente lesionati: le lesioni spleniche si verificano più frequentemente in seguito a traumi contusivi dovuti a collisioni con veicoli a motore (conducente, passeggero o pedone). Tuttavia, la lesione splenica può anche derivare da cadute, attività sportive o aggressioni. Le lesioni traumatiche possono anche essere iatrogene e derivare da manipolazione chirurgica o endoscopica del colon, dello stomaco, del pancreas, dei reni, o a seguito di interventi di esposizione e ricostruzione dell'aorta addominale prossimale.
La clinica varia in base alle caratteristiche della lesione: per lesioni di piccole dimensioni paziente può lamentare dolore nella parte superiore sinistra dell'addome, nella parete toracica sinistra o a livello della spalla sinistra (si parla di segno di Kehr, cioè dolore riferito alla spalla sinistra che peggiora con l'ispirazione, dovuto all'irritazione del nervo frenico dal sangue adiacente all'emidiaframma sinistro); nel caso di lesioni più gravi, i pazienti possono presentarsi con uno stato di shock.
La diagnosi e la tempestiva gestione dell'emorragia, potenzialmente letale, è l'obiettivo primario della gestione dei traumi della milza.
La conservazione del tessuto splenico funzionale è secondaria e in pazienti selezionati può essere eseguita utilizzando tecniche di gestione non operativa o di recupero operativo. Qualsiasi tentativo di salvare la milza viene abbandonato di fronte a un'emorragia in corso o ad altre lesioni potenzialmente letali. La splenectomia urgente rimane una misura salvavita per i pazienti con una compromissione emodinamica importante e in stato di shock. ​​​​​​​

Rif. eg8foe0t

24 di 140 Domande

L'ernia di Morgagni rappresenta una tipologia poco frequente di ernia diaframmatica congenita. Qual è la tecnica più adeguata per la riparazione chirurgica di un difetto erniario di piccole dimensioni?

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La risposta corretta è la C.
L'ernia diaframmatica congenita è determinata da una discontinuità nello sviluppo del diaframma che consente ai visceri addominali di erniare nel petto.
Il difetto diaframmatico è solitamente posteriore (ernia di Bochdalek), ma può essere anche anteriore(ernia di Morgagni). L'ernia di solito si verifica a sinistra, nell'80-85% dei casi, mentre si verificano solo nel 10-15% dei casi a destra.
L'erniazione degli organi addominali nella cavità toracica si verifica durante il periodo critico dello sviluppo polmonare, quando i bronchi e le arterie polmonari sono sottoposti a ramificazione, cioè da poco dopo la terza settimana fino alla sedicesima settimana di gestazione. L'interferenza con il normale sviluppo polmonare si traduce in una ridotta ramificazione bronchiale e perdita di massa polmonare; lo sviluppo anormale del polmone si traduce anche in un sistema di tensioattivi disfunzionali sia nelle fasi tardive della gestazione che dopo la nascita e può causare ipoplasia delle strutture cardiache ipsilaterali. La  diagnosi prenatale si basa sull'esame ecografico, in cui l’ernia diaframmatica del lato sinistro si può identificare grazie alla presenza dello stomaco pieno di liquido nella cavità toracica accanto o appena dietro il cuore; la peristalsi dell'intestino nel torace aiuta a distinguere l’ernia da una massa intratoracica, il fluido nel piccolo intestino aiuta anche a distinguere l'intestino dal polmone o da altre neoplasie del torace. Anche il fegato può essere erniato: può apparire come una massa omogenea nel torace a livello del cuore che si continua nell’addome. L’ernia diaframmatica congenita del lato destro, invece, è caratterizzata dalla presenza del fegato dislocato in modo omogeneo nel torace, che spesso si traduce in uno spostamento del mediastino controlaterale; anche l'identificazione della colecisti nel torace è diagnostica di ernia nel lato destro.
Il trattamento delle ernie diaframmatiche è solitamente chirurgico: la riparazione chirurgica consiste nella riduzione dei visceri addominali e nella chiusura primaria del difetto diaframmatico. Il difetto diaframmatico può essere riparato con suture dirette, nel caso di piccoli difetti dell’organo,  (riparazione primaria),mentre  una riparazione con patch Gore-Tex è spesso necessaria in pazienti con ernie di grandi dimensioni in cui l'aumento della tensione che si verrebbe a creare con una riparazione primaria comprometterebbe la compliance totale del torace.
 

Rif. c6fh7bve

25 di 140 Domande

Scenario ED16A: Nella valutazione della gravità di un'ustione, vengono presi in considerazione diversi parametri clinici: l'età del paziente, l'estensione della superficie ustionata, la presenza di lesioni delle vie aeree e/o di gravi patologie associate (compromissione della funzione renale, cardiaca, epatica). Qual è la percentuale minima di superficie corporea che deve essere interessata per definire un paziente adulto come grande ustionato?

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La risposta corretta è la A.
Le  ustioni sono definite come lesioni traumatiche della pelle o di altri tessuti causate da esposizione ad agenti fisici, come ad esempio calore eccessivo, o agenti chimici; in particolare si verificano quando alcune o tutte le cellule della pelle o di altri tessuti vengono distrutte da calore, scariche elettriche, sostanze chimiche o radiazioni.
Le ustioni cutanee sono classificate in base alla profondità della lesione tessutale che determina in gran parte il potenziale di guarigione e la necessità di un innesto chirurgico.
La classificazione tradizionale delle ustioni in primo, secondo, terzo o quarto grado è stata sostituita da un sistema che riflette la necessità di un intervento chirurgico. Le attuali designazioni della profondità di ustione sono superficiali, a spessore parziale superficiale, a spessore parziale profondo e a tutto spessore. Il termine quarto grado è ancora usato per descrivere le ustioni più gravi, le ustioni che si estendono oltre la pelle nel tessuto molle sottocutaneo e possono coinvolgere vasi, nervi, muscoli, ossa e le articolazioni sottostanti.
Una valutazione precisa della profondità della ferita da ustione può essere inizialmente difficile in quanto le esse sono dinamiche e possono progredire in ferite più profonde e in quanto tali possono richiedere diversi giorni per una determinazione definitiva.
La pelle sottile, in particolare sulle superfici volare degli avambracci, delle cosce, del perineo e delle orecchie, sostiene ferite da bruciatura più profonde di quanto suggerito dall'aspetto iniziale: inizialmente, pertanto, è meglio verificare che non vi siano ustioni superficiali in queste aree.
Vengono considerate superficiali le ustioni che coinvolgono solo lo strato epidermico della pelle¸ non producono vesciche ma sono dolorose, secche, rosse. Nei successivi due o tre giorni il dolore e l'eritema diminuiscono, e entro il quarto giorno circa, l'epitelio ferito si stacca dall'epidermide appena guarita. Tali lesioni generalmente guariscono in sei giorni senza lasciare cicatrici. Questo processo è comunemente definito con il termine di scottatura.
Le ustioni a spessore parziale, invece, coinvolgono l'epidermide e parti del derma e si distinguono in superficiali e profonde; quelle superficiali formano tipicamente vesciche entro 24 ore tra l'epidermide e il derma. Sono dolorose, rosse, e generalmente guariscono in 7-21 giorni; uno strato di essudato fibrinoso e detriti necrotici può accumularsi sulla superficie della ferita, il che può predisporre alla colonizzazione batterica e alla guarigione ritardata. Le ustioni a spessore parziale profonde si estendono nel derma più profondamente e si differenziano dalle ustioni superficiali in quanto danneggiano i follicoli piliferi e il tessuto ghiandolare; sono dolorose a seguito della pressione e hanno una colorazione variabile dal bianco al rosso. Se viene fatta un’adeguata prevenzione delle infezioni, le ferite possono guarire spontaneamente senza innesto in tre o nove settimane. Queste ustioni causano invariabilmente cicatrici ipertrofiche e se coinvolgono un'articolazione possono portare ad una futura disfunzione articolare.
Le ustioni a tutto spessore si estendono attraverso tutti gli strati del derma, che vengono distrutti, e spesso danneggiano anche il tessuto sottostante. Le ustioni a tutto spessore sono solitamente antiestetiche e l’aspetto della pelle può variare dal bianco ceroso al grigio cuoio al nero e carbonizzato. La pelle è secca e anelastica e non si sbianca alla digitopressione; anche i peli possono essere facilmente estratti dai follicoli piliferi. Vescicole e vesciche non si sviluppano.
Le ustioni di quarto grado, infine, sono lesioni profonde e potenzialmente letali che si estendono attraverso la pelle nei tessuti molli sottostanti e possono coinvolgere anche i muscoli e le ossa.
Una stima accurata delle dimensioni dell'ustione è essenziale per guidare la terapia e determinare quando trasferire un paziente in un centro di ustione. L’entità delle ustioni è stimata ed espressa come la percentuale totale della superficie corporea lesionata.
I due metodi comunemente usati per valutare la percentuale della superficie corporea ustionata negli adulti sono la carta Lund-Browder e la "Regola dei Nove". La tabella Lund-Browder è il metodo raccomandato nei bambini perché considera la percentuale relativa della superficie corporea interessata dalla crescita. La regola dei Nove viene maggiormente utilizzata per gli adulti e prevede che:
La testa rappresenta il 9% della superficie corporea;
Ogni braccio rappresenta il 9%;
Ogni gamba rappresenta il 18%;
Il tronco anteriore e quello posteriore rappresentano ciascuno il 18%.
In generale, gli adulti in cui le ustioni si estendono per una superficie> 20% del corpo vengono considerati grandi ustionati; nel caso di anziani e bambini piccoli, invece, anche un’ustione che comprende meno del 20% della superficie corporea può essere considerata grave.

Rif. zt9soozz

26 di 140 Domande

Scenario VV17Q: Un ragazzo si reca in Pronto Soccorso per dolore toracico sinistro e discreta dispnea a insorgenza improvvisa. A un RX del torace si dimostra la presenza di un pneumotorace completo sinistro. Qual è il provvedimento da adottare in prima istanza?

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La risposta corretta è la A.
Per pneumotorace si intende una condizione patologica che si caratterizza per la presenza di gas all'interno del cavo pleurico, sussistendo, quindi, un anomalo accumulo di aria all'interno dello spazio che separa il polmone dalla parete toracica.
Quando parliamo di pneumotorace spontaneo primario intendiamo uno pneumotorace che si verifica senza un evento precipitante in una persona che non ha una malattia polmonare nota anche se, in realtà, la maggior parte delle persone con questa patologia presenta una malattia polmonare misconosciuta sottostante.
Si ritiene, tuttavia, che la causa principale di pneumotorace spontaneo primario sia la rottura improvvisa di ‘’blebs subpleuriche’’, associate soprattutto all’abitudine tabagica, osservazioni confermate dal fatto che lo pneumotorace spontaneo ha una maggiore incidenza in soggetti di giovane età, 20- 30 anni, di sesso maschile e fumatori.
Dal punto di vista sintomatologico, solitamente si presenta con sintomi tipici quali dispnea improvvisa e dolore toracico di tipo pleurico, improvviso e trafittivo, in assenza di emottisi o espettorato purulento.
Per la diagnosi di penumotorace si considerano l’anamnesi del paziente, i fattori di rischio, l’esame obiettivo caratteristico per silenzio respiratorio nell’emitorace interessato, e soprattutto radiografia del torace che permette di osservare la presenza d’aria nel cavo pleurico e il conseguente collasso polmonare.
La TAC torace, invece, può essere utilizzata come seconda scelta, nel caso in cui l’RX non sia chiaro, se ponga il sospetto di patologie cardiache, o per individuare patologie sottostanti e misconosciute che potrebbero causare lo pneumotorace. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare anche l'ecografia, usata in urgenza con il protocollo eco FAST, che può risultare più sensibile rispetto alla radiografia del torace nell'identificazione e nella descrizione della dimensione dello pneumotorace.
La gestione iniziale è atta a rimuovere l'aria dallo spazio pleurico e successivamente bisogna porre attenzione nella prevenzione delle recidive; in particolare le opzioni di trattamento iniziale comprendono osservazione, ossigeno supplementare, aspirazione dell’aria intrapleurica attraverso l’inserimento di un tubo toracico o mediante toracoscopia.
La scelta della procedura dipende dalle caratteristiche del paziente e dalle circostanze cliniche:
I pazienti clinicamente stabili, con un primo episodio di pneumotorace e se questo è di piccole dimensioni (≤2 a 3 cm tra il polmone e la parete toracica su una radiografia del torace) possono essere sottoposti a sola osservazione clinica e trattati con ossigeno supplementare; se i pazienti che sono clinicamente stabili hanno uno pneumotorace di grandi dimensioni (> 3 cm di spazio tra il polmone e la cavità pleurica sulla radiografia del torace), o se sono sintomatici con dolore toracico o dispnea, vanno trattati mediante l’aspirazione dell’aria tramite un apposito drenaggio toracico.
I pazienti clinicamente stabili con pneumotorace ricorrente o con un emotorace concomitante devono essere sottoposti a toracoscopia dopo l'inserimento del tubo toracico che verrà utilizzato anche nel caso di pazienti clinicamente instabili.

Rif. h1pno9os

27 di 140 Domande

Scenario JI18O: Una paziente di 80 anni riferisce la comparsa di dolore alla marcia, a livello del polpaccio, che si presenta dopo oltre 200 metri di marcia. In base alla classificazione di Fontaine dell'arteriopatia periferica, a quale stadio afferisce la paziente?​​​​​​​

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La risposta corretta è la E.
La classificazione di Leriche-Fontaine viene utilizzata per la stadiazione dell’arteropatia obliterante cronica degli arti inferiori.
Essa individua 4 stadi della malattia in base a segni e sintomi riportati dai pazienti, in dettaglio:
STADIO I: paziente asintomatico o paucisintomatico con senso di peso o affaticamento degli arti che potrebbero risultare anche freddi.
STADIO II: è caratterizzato da claudicatio intermittens, un dolore crampiforme dei muscoli del polpaccio e/o della coscia che compare in relazione al movimento. Si distinguono due sotto-stadi:
STADIO IIA: la claudicatio compare dopo aver percorso una distanza >200m, non risultando particolarmente invalidante (forma lieve);
STADIO IIB: la claudicatio compare dopo aver percorso una distanza <200m (forma grave).
STADIO III: il paziente presenta dolore a riposo soprattutto a livello delle dita del piede e del tallone e principalmente di notte, quando è disteso. Il paziente caratteristicamente sporge i piedi dal letto nel tentativo di aumentare la perfusione dei distretti periferici dell’arto: questa posizione infatti determina un rallentamento del deflusso venoso con conseguente ipertensione venosa, diminuzione del gradiente pressorio artero-venoso capillare e maggiore estrazione di ossigeno nei distretti ischemici.
STADIO IV: compaiono delle lesioni trofiche degli arti coinvolgenti inizialmente il tallone e le dita dei piedi e che successivamente assumono una distribuzione cranio-caudale. Si possono sviluppare ulcere fino alla gangrena secca, umida o gassosa: nella gangrena secca la cute appare nerastra e dura a causa di una rapida evaporazione dei liquidi; in quella umida l’area necrotica appare verdastra e maleodorante a seguito della putrefazione determinata dalla contaminazione batterica; nella gangrena gassosa intervengono batteri anaerobi produttori di gas: il risultato è un crepitio alla palpazione dovuto all’enfisema del sottocutaneo e dei muscoli.

Rif. qcaqp815

28 di 140 Domande

Scenario OI19X: Un paziente di 55 anni giunge in Pronto Soccorso per parestesie all'arto inferiore sinistro. All'esame obiettivo l'arto si presenta pallido, freddo e con ridotta forza muscolare. Qual è la diagnosi più verosimile?

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La risposta corretta è la C.
L'ischemia acuta degli arti è un'improvvisa diminuzione della perfusione degli arti che può minacciarne la vitalità. Di solito è dovuta all'occlusione arteriosa acuta e più comunemente è correlata alla trombosi acuta di un'arteria patologica, spesso aterosclerotica, ma può anche essere dovuta a trombosi acuta di uno stent, di un innesto, dissezione di un'arteria, trauma diretto, o essere il risultato di un embolo da una fonte prossimale.
Dal punto di vista clinico i sintomi possono svilupparsi in un periodo di ore o giorni e possono variare da claudicatio di nuova insorgenza o come un peggioramento di una claudicatio preesistente e, comunemente, vengono riassunti nelle “ quattro P”:
Dolore (Pain): il dolore di solito viene avvertito all'estremità dell’arto, aumenta gradualmente in intensità e progredisce prossimalmente all’aumentare della durata dell'ischemia. Successivamente, il dolore può diminuire a causa della progressiva perdita sensoriale dovuta all’ischemia stessa.
Perfusione: la cute dell’estremità dell’arto interessato deve essere esaminata per valutarne la temperatura e il colore. In caso di ischemia l’arto si presenta tipicamente freddo, pallido con un riempimento capillare ritardato. La presenza di vesciche è un segno minaccioso di ischemia avanzata. Dovrebbero essere esaminate entrambe le estremità per valutare se vi sono segni di ischemia cronica come atrofia della pelle, perdita di peli e unghie ispessite.
Polso: l'ischemia degli arti si manifesta tipicamente con polsi fortemente ridotti. Un polso normale nell'arto controlaterale suggerisce l'assenza di malattia occlusiva arteriosa cronica e che un embolo potrebbe essere la causa dell'ischemia acuta. Al contrario, un polso ridotto a livello dell' arto controlaterale potrebbe indicare la presenza di una malattia cronica sottostante e suggerire la trombosi acuta di un vaso già malato come causa più probabile di ischemia acuta.
Parestesie e paralisi: deficit sensoriali soggettivi come intorpidimento o parestesie sono segni di disfunzione del nervo precoci e secondarie ad ischemia mentre la presenza di paralisi, intesa come perdita della funzione sensoriale o motoria, è indicativa di un'ischemia avanzata.
Una diagnosi di ischemia degli arti acuta può generalmente essere effettuata sulla base della storia clinica e dell'esame obiettivo, compresa la valutazione bilaterale dell'indice caviglia-braccio. La causa sospetta e la gravità dell'ischemia determinano se procedere o meno con ulteriori test diagnostici.
I pazienti con arti vitali sono di solito candidati all'imaging vascolare urgente, tipicamente costituito da un'angiografia tomografica computerizzata o un'arteriografia, per valutare l'anatomia arteriosa ed istituire eventualmente una terapia trombolitica. I pazienti con una condizione di ischemia grave dovrebbero preferibilmente essere sottoposti ad ulteriori valutazioni e trattamenti in sala operatoria.
 
La risposta A non è corretta.
La miosite è una condizione clinica facente parte del gruppo delle connettiviti, caratterizzata da un’infiammazione del tessuto muscolare striato.
Clinicamente si caratterizzano per atrofia e debolezza muscolare, paresi, soprattutto nei muscoli prossimali, con progressiva difficoltà nei movimenti a cui si possono associare crampi muscolari e alterazioni dei riflessi tendinei.
Le risposte B e D non sono corrette.
Il tromboembolismo venoso è una comune affezione del sistema circolatorio. Trombosi venosa profonda dell'arto inferiore (TVP) ed embolia polmonare (PE) sono due manifestazioni del tromboembolismo venoso (TEV).
La trombosi venosa profonda deve essere sospettata nei pazienti che presentano gonfiore alle gambe, in particolare è suggestivo di TVP un polpaccio di diametro aumentato associato a dolore, calore e rossore dell’arto interessato; i sintomi sono generalmente unilaterali. Il sospetto di TVP viene avvalorato dalla clinica del paziente e dalla sua anamnesi in cui si esaminano i principali fattori di rischio della malattia quali storia di immobilizzazione prolungata, interventi chirurgici recenti, traumi, obesità, tromboembolia venosa precedente, uso di contraccettivi orali o terapia ormonale sostitutiva, stato di gravidanza o post-parto, età> 65 anni, insufficienza cardiaca o malattia infiammatoria intestinale.
Nell’embolia polmonare, invece, gli emboli provengono nella maggior parte dei casi dagli arti inferiori attraverso la vena cava, più raramente dagli arti superiori o dalle cavità cardiache di destre e la loro formazione è favorita da tutte quelle condizioni che contribuiscono a condizioni di ipercoagulabilità, stasi e iperviscosità ematica.  Dal punto di vista clinico ha una vasta gamma di possibili presentazioni, che vanno da nessun sintomo a shock o morte improvvisa; tuttavia, il sintomo di presentazione più comune è la dispnea di rapida insorgenza accompagnata da dolore toracico (classicamente pleuritico o meno frequentemente anginoso), tosse ed emottisi accompagnati da tachipnea, tachicardia, ritmo di galoppo ventricolare o sdoppiamento del secondo tono. Se l’embolia polmonare è causata da un embolo determinato da una precedente TVP potrebbe essere possibile anche evidenziare i segni di quest’ultima.
La risposta E non è corretta.
La displasia fibromuscolare è una malattia non infiammatoria, non aterosclerotica che porta a stenosi arteriosa, occlusione, aneurisma, dissezione e tortuosità arteriosa. Le arterie più frequentemente coinvolte sono le arterie carotidi, le arterie renali e iliache interne, seguite dalle arterie vertebrali ed iliache esterne.
La clinica dipende dalle arterie coinvolte e i sintomi più frequenti sono: mal di testa, acufene pulsatile, dolore al collo, dolore al fianco, dolore addominale, ipertensione, attacco ischemico transitorio e ictus; in particolare cefalea, tinnito pulsatile e dolore al collo sono in genere sintomi del coinvolgimento di arterie del distretto cerebrovascolare, solitamente causati da stenosi, rottura dell'aneurisma, dissezione o tromboembolia cerebrale. L'ipertensione, invece, è la manifestazione più comune di malattia dell'arteria renale. L'ischemia mesenterica cronica o l'angina intestinale possono verificarsi quando due delle arterie splancniche sono occluse e la terza è gravemente stenotica. I pazienti in cui vi è un coinvolgimento delle arterie degli arti inferiori, invece, possono presentarsi con claudicatio intermittente, ischemia cronica degli arti o microembolismo caratterizzato da estremità dolorose e cianotiche.

Rif. 29t2qqul

29 di 140 Domande

Scenario EQ20Q: Una donna di 45 anni presenta lesioni eritemato-ipercheratosiche non dolenti, di forma nummulare, a livello della regione scapolare. Si associano lesioni ipercheratosiche [01] con chiazza di alopecia cicatriziale [02] a livello del vertice del cuoio capelluto. Le lesioni del tronco, di vecchia data, tendono anch'esse all'atrofia cicatriziale e a lasciare esiti iperpigmentari soprattutto periferici. Tutte le lesioni tendono al peggioramento dopo l'esposizione solare. Qual è la terapia più indicata per questa paziente?

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La risposta corretta è la C.
ll lupus eritematoso sistemico (LES) è una malattia infiammatoria su base autoimmune la cui patogenesi non è del tutto nota. Si caratterizza per anomalie immunologiche, in particolare per la produzione di anticorpi antinucleari. Le manifestazioni cliniche possono interessare ogni organo e possono variare drasticamente da paziente a paziente. Il modello più comune è un insieme di disturbi costituzionali associati a coinvolgimento cutaneo, muscolo-scheletrico, ematologico e sierologico, anche se alcuni pazienti hanno manifestazioni prevalentemente ematologiche, renali o del sistema nervoso centrale.
Il lupus discoide è una variante comune di LES che si presenta soprattutto nelle regioni cutanee fotoesposte come quelle del viso, delle orecchie, del cuoio capelluto, del tronco e, più raramente, a livello della mucosa orale. Le lesioni evolvono secondo un decorso temporale caratteristico: inizialmente esse si presentano come lesioni eritematose piccole, rotonde, ben definite, che poi diventano ruvide al tatto e squamose con scaglie spesso attaccate ai follicoli piliferi che portano ad una perdita graduale di capelli con alopecia cicatriziale irreversibile. Le lesioni possono regredire nella porzione centrale dove possono svilupparsi atrofia e perdita della normale consistenza della pelle mentre perifericamente la lesione resta attiva. Le lesioni più vecchie sono grandi, con bordi irregolari, depigmentate, glabre, con un aspetto cicatriziale. I pazienti con lupus discoide dovrebbero impegnarsi quotidianamente in misure di protezione solare, compreso l'uso di filtri solari ad ampio spettro e indumenti protettivi solari in quanto l’esposizione alla luce ultravioletta e, in rari casi, la luce visibile, puossono essere un fattore esacerbante per il lupus cutaneo.
Nel trattamento del lupus i corticosteroidi topici sono terapie di prima linea: alcuni pazienti con malattia localizzata possono essere adeguatamente gestiti con la fotoprotezione e con i corticosteroidi topici da soli. Nei pazienti che non riescono a rispondere agli agenti topici o nei quali la terapia topica o intralesionale è impraticabile a causa della malattia diffusa, vi è indicazione alla terapia sistemica con antimalarici, farmaci di prima linea per il trattamento del lupus discoide. Tra gli antimalarici vi sono l’idrossiclorochina , la clorochina e la chinacrina. L'idrossiclorochina e la clorochina sono composti antimalarici di 4-aminoquinina che hanno una farmacocinetica, un'azione e un metabolismo molto simili. Il  trattamento con antimalarici è più spesso iniziato con idrossiclorochina perché è meglio tollerato dai pazienti e il suo dosaggio non deve superare 5 mg /kg/ die per minimizzare il rischio di retinopatia; la clorochina, invece, ha un rischio maggiore di tossicità retinica e intolleranza gastrointestinale e la chinacrina ha maggiori probabilità di causare effetti avversi ematologici.
 

Rif. cv0am3mt

30 di 140 Domande

Scenario ED21X: Una donna di 32 anni si presenta all'attenzione medica lamentando la comparsa di lesioni orticarioidi diffuse. In riferimento all'orticaria cronica spontanea, quale delle seguenti affermazioni è ERRATA?

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La risposta corretta è la D.
L’orticaria è una delle più frequenti patologie dermatologiche. Si caratterizza per la presenza di un pomfo, lesione cutanea intensamente pruriginosa, formata da un’area rilevata e circoscritta di edema del derma e dell’epidermide, circondata da un’area eritematosa riflessa.
Sebbene la biopsia cutanea non sia indicata se viene fatta per discriminare l’orticaria da altre lesioni infiammatorie, mostra un edema dello strato superiore del derma, con dilatazione delle venule e dei vasi linfatici con un infiltrato infiammatorio peri-vascolare ricco di neutrofili, basofili, monociti, macrofagi attivati e linfociti T CD4. Il pomfo deriva dal rilascio di sostanze vasoattive come istamina, bradichinina e leucotrieni da parte di basofili, mastociti del derma insieme alla stimolazione delle terminazioni nervose, che provocano uno stravaso di fluidi nel derma. Nelle forme di orticaria da farmaci meccanismi non Ig-E mediati conducono al rilascio di mediatori vasoattivi.
 
La risposta C non è corretta.
L’orticaria viene definita acuta, in caso di durata continuativa < 6 settimane o cronica se >6 settimane.
La risposta E non è corretta.
Le lesioni, i pomfi, possono variare per aspetto (essere fugaci, migranti o confluenti), per dimensioni, per numero e durata, da alcuni minuti fino ad alcuni giorni.
La risposta A non è corretta.
La terapia dell’orticaria si basa essenzialmente sull’uso di farmaci antistaminici per un periodo non superiore ad un mese. In caso di fallimento possono utilizzarsi farmaci anti-leucotrieni oppure si può cambiare il farmaco antistaminico, utilizzando quelli di prima generazione anche se maggiormente sedativi
Rif. 4lcn792i

31 di 140 Domande

Quale tra le seguenti forme di anemia è caratterizzata da un volume corpuscolare medio eritrocitario (MCV) elevato?

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La risposta corretta è la C.
Si definisce anemia megaloblastica un’anemia caratterizzata da eritroblasti anomali che sono detti megaloblasti in quanto caratterizzati da un volume corpuscolare medio (MCV) >100 ft. È determinata da un difetto nella sintesi di DNA conseguente a carenza di vitamina B12 e/o folati.
La sintesi di DNA richiede che ci sia a disposizione una sufficiente quantità di acido tetraidrofolato: esso, tuttavia, è presente in forma di N5-metil-tetraidrofolato il quale per trasformarsi in acido tetraidrofolato cede un gruppo metilico alla vitamina B12; in presenza di una ridotta quantità di vitamina B12 questa cessione del gruppo metile non sarà possibile, con conseguente difficoltà nella sintesi del DNA.
La vitamina B 12 si trova negli alimenti di origine animale, è resistente alla cottura, e si lega al fattore intrinseco, prodotto dalle cellule parietali del corpo e del fondo gastrico, che ne permette l’assorbimento a livello dell’ileo. Inoltre essa è implicata anche nel favorire l’ingresso dell’acido folico nelle cellule.
L’acido folico non si trova nei tessuti in questa forma ma è il capostipite di una serie di composti, tra cui il 5-metil-tetraidrofolato nel fegato, ottenuti da reazioni di riduzione.
Una carenza di vitamina B12 o di folati può determinarsi per insufficiente introduzione , per ridotto apporto con la dieta, aumentato fabbisogno per aumento della richiesta, malassorbimento o inadeguata utilizzazione.
Nel caso della vitamina B 12 la causa più frequente di carenza è il malassorbimento dovuto ad alterazioni nella secrezione del fattore intrinseco (nell’anemia perniciosa, o nella gastrectomia), a malattie croniche intestinali (ad esempio morbo celiaco) o ad alterazioni anatomiche dell’intestino (come nel caso di ileiti o resezioni ileari).
Nel caso dell’acido folico, invece, è frequente che vi siano situazioni di ridotto apporto, come può accadere negli anziani,  così com’è frequente una condizione di malassorbimento dovuta a malattie croniche dell’intestino tenue, utilizzo di alcuni farmaci come gli anticonvulsivi o carenza di vitamina B12 . Nelle condizioni in cui vi è un aumento della sintesi del DNA, inoltre, potrebbe verificarsi una carenza di acido folico come nel caso di stati fisiologici, come la gravidanza, o patologici, come nelle neoplasie.
Dal punto di vista clinico le anemie megaloblastiche si presentano con sintomi aspecifici, comuni ad altre forme di anemia tra cui astenia ingravescente, sonnolenza, aumentata sensibilità al freddo accompagnati, in casi do deficit della vitamina B12, a parestesie a livello di mani e piedi, difficoltà nella deambulazione e raramente paresi spastica e neurite retrobulbare.
La diagnosi si avvale di un’adeguata anamnesi, clinica ed esame obiettivo ma soprattutto di esami strumentali tra cui l’esame emocromocitometrico che mette in evidenza una riduzione del contenuto di emoglobina, del numero dei globuli rossi, del valore dell’ematocrito ed un aumento del volume corpuscolare medio. Non si ha ipercromia, la concentrazione di emoglobina per ogni emazia è normale. Patognomonico è il risultato dello striscio di sangue periferico, che mostra la presenza di macrociti, anche se la diagnosi di certezza si ottiene solamente con la biopsia del midollo.
 
La risposta A non è corretta.
L’anemia presente nei pazienti con IRC è un’anemia iporigenerativa conseguente alla ridotta attività nella secrezione dell’eritropoietina a livello renale. L’anemia è normocitica, con eritrociti dismorfici detti echinociti, caratterizzati da irregolarità citoplasmatiche e riduzione dei reticolociti.
La risposta B non è corretta.
Le talassemie sono un gruppo di anemie ereditarie caratterizzate da una ridotta o abolita produzione di una o più catene peptidiche che costituiscono la porzione globinica dell’emoglobina.
Le beta-talassemie derivano da difetti nella produzione delle catene beta; i quadri clinici associati a questa condizione possono essere due, cioè:
Assenza completa delle catene beta;
Ridotta sintesi di catene beta.
Si parla di trait-talassemico nelle forme di talassemia beta minor, nella quale i soggetti sono portatori silenti, cioè eterozigoti, per la beta talassemia. In questi soggetti manca ogni manifestazione di malattia e l’esame emocormocitometrico mostra una poliglobulia associata ad anemia ipocromica e microcitica. Il riconoscimento di questi soggetti è importante al fine di un’adeguata profilassi della talassemia major ( malattia di Cooley).
La risposta D non è corretta.
L’anemia associata ad infiammazione cronica è una condizione clinica di frequente riscontro in pazienti portatori di neoplasie, infezioni croniche e malattie infiammatorie croniche. Si tratta di un’anemia ipoproliferativa normocromica e normocitica o microcitica, con riduzione dell’emoglobina e reticolociti normali o ridotti di poco. È caratteristico l’assetto marziale in cui vi è riduzione della sideremia, della transferrinemia e aumento della ferritinemia.
La risposta E non è corretta. 
L’anemia sideropenica è una forma di anemia che si sviluppa quando la disponibilità di ferro nell’organismo è insufficiente per un’adeguata sintesi di emoglobina. Si tratta di un’anemia microcitica, ipocromica con riduzione dell’emoglobina, dell’ematocrito e del numero totale dei globuli rossi. L’eritropoiesi è anomala per cui nello striscio di sangue è possibile trovare delle alterazioni morfologiche delle emazie note come anisocitosi, cioè emazie di grandezza differente, e poichilocitosi, GR di forme bizzarre. Un parametro patognomonico è la sideremia, che raggiunge valori molto bassi insieme alla ferritinemia, mentre il valore della transferrina è aumentato.
 

Rif. g7fn1op9

32 di 140 Domande

Quale tra le seguenti caratteristiche è più tipica della macroglobulinemia di Waldenstrom piuttosto che del mieloma multiplo?

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La risposta corretta è la C.
La macroglobulinemia di Waldenstrom è una rara malattia, con eziologia è sconosciuta, caratterizzata da un’importante gammopatia monoclonale IgM che determina segni e sintomi legati alle caratteristiche di tali IgM monoclonali che possono avere un’attività auto-anticorple, essere cioprecipitabili o causare iperviscosità ematica.
Dal punto di vista clinico si presenta come una malattia disseminata caratterizzata da sintomi attribuibili all’infiltrazione tumorale quali citopenie, sudorazione notturna, perdita di peso, linfoadenopatia e organomegalia; le IgM, inoltre, potendo avere un’attività autoanticorpale potrebbero essere responsabili di anemia emolitica, vasculite, neuropatia periferica, retinite ed astenia.
Il mieloma multiplo, invece, è un frequente disordine plasmacellulare caratterizzato dalla proliferazione neoplastica delle plasmacellule che producono un'immunoglobulina monoclonale più spesso IgG od IgA. Le plasmacellule proliferano nel midollo osseo e spesso determinano un'estesa distruzione scheletrica con lesioni osteolitiche, osteopenia e fratture patologiche.
 
Le risposte A, B, D ed E non sono corrette.
Nella macroglobulinemia di Waldenstrom non sono state riscontrate lesioni ossee osteolitiche, e il coinvolgimento di polmone, rene, intestino e pelle è stato riscontrato in circa il 4% dei pazienti. 
Il mieloma multiplo, invece, è caratterizzato da dolore osseo con lesioni litiche, anemia, ipercalcemia, che è sintomatica o scoperta casualmente ed insufficienza renale acuta, sintomi che vengono comunemente riassunti nell’acronimo CRAB (ipercalcemia, insufficienza renale da iperviscosità del sangue, anemia normocromica-normocitica e lesioni ossee).
 

Rif. quppdhzz

33 di 140 Domande

Scenario OI22W: Una donna di 49 anni esegue un emocromo per il persistere di marcata astenia da diversi giorni. L'emocromo mostra una severa piastrinopenia associata a leucopenia e anemia. Quale tra le seguenti ipotesi NON rientra nella diagnosi differenziale delle pancitopenie?

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La risposta corretta è la B.
La leucemia linfatica cronica è una frequente leucemia nell’adulto che si caratterizza per l’accumulo di linfociti B CD5+ nel sangue periferico, nel midollo osseo e negli organi linfoidi secondari. L’età media della diagnosi è di 65 anni con un rapporto M:F di circa 1,5-2:1. Sembra essere collegata ad una sottostante predisposizione genetica, anche se la sua eziopatogenesi non è del tutto nota. Le cellule presentano molto spesso delle alterazioni cromosomiche anche se nessuna di esse è patognomonica.
Le principali manifestazioni cliniche derivano dall’accumulo nel sangue periferico, nel midollo, nella milza, nel fegato e potenzialmente in tutti i distretti dell’organismo, di linfociti B CD5+. L’invasione del sangue periferico causa linfocitosi, mentre l’infiltrazione a livello midollare può essere responsabile, soprattutto nelle fasi avanzate, di pancitopenia da mielosostituzione. Tuttavia, alla diagnosi iniziale raramente si osserva sostituzione midollare: più spesso predominano quadri di crescita nodulare od interstiziale. Clinicamente i pazienti possono presentare sintomi sistemici quali astenia, sudorazione notturna, calo ponderale e soprattutto epato e spelnomegalia.
Fin dalle fasi più precoci i pazienti possono osservare infezioni recidivanti, più spesso batteriche, virali e funginee che colpiscono maggiormente la cute, le vie respiratorie e le vie urinarie.
L’emocromo mostra in genere leucocitosi e allo striscio periferico di sangue vi è una prevalenza di linfociti piccoli, caratterizzati da una membrana cellulare fragile che và incontro a rottura frequentemente creando le cosiddette ‘’ombre di Gumprecht nucleari”, patognomoniche della malattia.
 
La risposta A non è corretta.
L'anemia aplastica è una forma potenzialmente letale di insufficienza del midollo osseo che, se non trattata, è associata a mortalità.
Si tratta di un’anemia caratterizzata da pancitopenia in associazione ad ipoplasia o aplasia del midollo osseo, dovuta da un difetto primitivo o secondario dei progenitori ematopoietici. I sintomi sono secondari alla pancitopenia e dipendono, quindi, da anemia, piastrinopenia, granulocitopenia e diminuzione dei monociti; questo si traduce in manifestazioni emorragiche(rappresentate da porpora, ecchimosi, epistassi, gengivorragie fino a sanguinamenti più importanti come melena), maggiore predisposizione alle infezioni, soprattutto da parte di saprofiti, e sintomi costituzionali propri di ogni anemia quali astenia, sonnolenza o aumentata sensibilità al freddo.
La risposta C non è corretta.
Le sindromi mielodisplastiche sono un gruppo eterogeneo di malattie neoplastiche che derivano da alterazioni clonali acquisite dalla cellula staminale midollare ematopoietica; si caratterizzano per emopoiesi inefficace con presenza di una o più citopenie nel sangue periferico, atipie morfologiche e funzionali di una o più linee cellulari mieloidi e rischio variabile di trasformazione in leucemia acuta.
La risposta D non è corretta.
L’emoglobinuria parossistica notturna (PNH) è una rara malattia acquisita dalle cellule staminali ematopoietiche; è una malattia rara che colpisce principalmente adulti, sebbene siano stati segnalati anche casi infantili. Colpisce maschi e femmine in ugual misura nonostante sia causata dalla mutazione di un gene sul cromosoma X; questo perché la malattia risulta da una mutazione acquisita in una cellula somatica piuttosto che in una della linea germinale.
Si caratterizza per un difetto acquisito della membrana eritrocitaria che rende la popolazione di globuli rossi, ma anche di piastrine e granulociti,  estremamente sensibili all’azione litica del complemento. Clinicamente si manifesta con attacchi di emolisi intravascolare ed emoglobinuria, talora notturni, che possono associarsi a pancitopenia, sideropenia e ricorrenti episodi trombotici.
La risposta E non è corretta.
La leucemia a cellule capellute è una neoplasia in cui sono presenti linfociti B maturi e che coinvolge il sangue periferico, il midollo osseo e la milza. Le cellule neoplastiche presentano delle sottili propaggini citoplasmatiche disposte intorno alla cellula, conferendole un tipico aspetto “capelluto”. Clinicamente si caratterizza per la presenza di una dolorosa splenomegalia associata ad epatomegalia e ad infezioni ricorrenti soprattutto da parte di patogeni opportunisti. L’emocromo evidenzia quadri di neutropenia, anemia e più spesso pancitopenia. La diagnosi definitiva si avvale anche dello striscio periferico di sangue ma soprattutto della biopsia osteomidollare: con il primo si evidenzia una bassa quota di cellule neoplastiche circolanti, mentre con la seconda è tipico un quadro di fibrosi midollare che determina la cosiddetta “punctio sicca”.

Rif. 2zsef7gn

34 di 140 Domande

Qual e' il trattamento di prima linea della malattia di Cushing?

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La risposta corretta è la C.
Il trattamento di prima linea per la malattia di Cushing, un quadro clinico conseguente ad un’eccessiva produzione di ACTH da parte dell’ipofisi, è rappresentato dall’asportazione dell’adenoma ipofisario attraverso l’ablazione per via transfenoidale del tumore ipofisario ACTH-secernente. Invece, nei pazienti che presentano un adenoma ipofisario ACTH-secernente, ma non sono candidabili alla terapia chirurgica o che non sono guariti dopo l’intervento di asportazione, è indicata la terapia radiante (risposta D errata). All’opposto, l’intervento di surrenectomia bilaterale è indicato nei casi in cui la terapia medica e la terapia radiante non siano state utili (risposta A errata).
Rif. c4u45vnu

35 di 140 Domande

Scenario JN23L: Una donna di 35 anni, affetta da vitiligine, si presenta dal medico di famiglia accusando ansia, dimagrimento di circa 4 kg e sensazione costante di corpo estraneo oculare. All'esame obiettivo la paziente presenta lieve esoftalmo e tachicardia con FC 110 bpm. Gli esami di laboratorio mostrano valori di TSH minori di 0.001 mU/L con ormoni tiroidei liberi francamente aumentati. Tutte le seguenti affermazioni relative alla gestione del caso clinico sono corrette AD ECCEZIONE di una; quale?

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La risposta corretta è la E.
L’ipertiroidismo è una condizione caratterizzata da iper-metabolismo ed elevati livelli sierici di ormoni tiroidei liberi. Una delle cause più frequenti di tale patologia è la malattia di Graves-Basedow, caratterizzata dalla presenza di autoanticorpi, che portano all’attivazione del recettore per il TSH. Clinicamente i pazienti presentano cardiopalmo, astenia, nervosismo, tachicardia, spesso tremori, intolleranza al caldo, esoftalmo, diarrea e segni di irritazione congiuntivale. Inoltre, nella maggior parte dei casi è presente gozzo e spesso mixedema pretibiale. Il trattamento di prima scelta della malattia di Graves-Basedow si basa sull’utilizzo dei farmaci antitiroidei, come il metimazolo o il propiltiouracile, che riducono la sintesi degli ormoni tiroidei, dunque il loro uso non è mirato direttamente al miglioramento del quadro oftalmologico. Invece, il trattamento dell’oftalmopatia varia in relazione alla gravità e alla sintomatologia individuale. Si intraprende immediatamente nella fase acuta per evitare una grave compromissione visiva e ripristinare una condizione estetica e funzionale accettabile. La terapia può essere medica, ad esempio, con l’uso di lacrime artificiali, come collirio o gel, per umidificare e contenere i disagi legati alla mal occlusione oculare. In aggiunta, nei soggetti con neuropatia ottica o nelle fasi iniziali di un esoftalmo rapidamente progressivo può essere indicato l’uso di farmaci cortisonici o la radioterapia. Inoltre, nei casi che presentano diplopia si rende utile la prescrizione temporanea di lenti prismatiche o della chirurgica (risposta D errata). Inoltre, l’impiego di beta-bloccanti, come il propranololo, è utile per controllare i sintomi cardiovascolari, come ad esempio la tachicardia (risposta A errata). Infine, per tale paziente è fondamentale effettuare una scintigrafia tiroidea ed è consigliabile eseguire il dosaggio degli anticorpi anti-recettore del TSH per un corretto inquadramento diagnostico (risposta B e C errate).
Rif. udhl5s7a

36 di 140 Domande

Scenario EE24S: Una donna di 52 anni si presenta dal medico di famiglia dopo un'influenza per comparsa di dolore al giugulo irradiato alla mandibola, febbre > 38 °C e malessere generalizzato. Il quadro clinico è sospetto per quale patologia tiroidea?

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La risposta corretta è la A.
Per la paziente del caso clinico, in base ai reperti clinico-anamnestici, la diagnosi più verosimile è rappresentata dalla tiroidite di De Quervain (o tiroidite subacuta), un’infiammazione della tiroide di origine virale, tipicamente preceduta da faringiti o laringiti. In particolare, numerosi virus sono ritenuti responsabili di tale patologia: adenovirus, virus influenzali, virus della parotite e coxsackie virus. Clinicamente si manifesta con esordio brusco con febbre, malessere generale, dolore intenso nella regione tiroidea, che si accentua con la tosse, la deglutizione e l’estensione del collo; possono comparire anche sintomi associati a massiva liberazione di ormoni tiroidei, quali tremori, agitazione, tachicardia o sudorazione profusa. Fondamentale è la scintigrafia tiroidea, che patognomonicamente mostra assenza di captazione (per distruzione dei follicoli tiroidei). Al contrario, tale paziente non presenta verosimilmente, in base ai reperti clinico-anamnestici, carcinoma della tiroide, morbo di Basedow, morbo di Plummer e tiroidite di Hashimoto (risposte B, C, D ed E errate).
Rif. 8133add4

37 di 140 Domande

Un paziente affetto da emicrania senza aura si rivolge a un neurologo per decidere la terapia più appropriata. Quale, tra i seguenti farmaci, rientra tra quelli da utilizzare durante l'attacco acuto dell'emicrania?

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La risposta corretta è la D.
La cefalea è il dolore che l’uomo lamenta più frequentemente.
Possiamo distinguere le cefalee in primarie e secondarie: le prime comprendono l’emicrania, la cefalea muscolo-tensiva e la cefalea a grappolo.
L’emicrania è una malattia neuro-vascolare cronica con attacchi ricorrenti di cefalea associati a sintomi intestinali e disautonomici. Si tratta di una malattia con una componente genetica importante, in cui è stato rilevato un elemento specifico nel tronco encefalico: esso agisce come un pacemaker che, in presenza di stimoli esogeni o endogeni, genera un impulso che si propaga attraverso il sistema trigemino-vascolare inducendo un’infiammazione dei vasi meningei con rilascio di peptidi vasoattivi.
L’emicrania si caratterizza per un dolore unilaterale e pulsante a livello frontale, temporale, anteriore o retro-orbitario, che può essere più o meno preceduto da aura.
L’aura è un’onda lenta di depolarizzazione che nasce nei poli occipitali e poi lentamente diviene anteriore dove si esaurisce e si spegne; viene spiegata con il meccanismo della “spreading depression” secondo cui origina per anomalie a livello di alcuni canali ionici di questi pazienti.
Clinicamente l’attacco emicranico è un evento complesso in cui si osserva una fase pre-attacco caratterizzata da nervosismo, difficoltà di concentrazione e sonnolenza, seguita da una fase di dolore, con o senza aura, che inizialmente cresce per poi divenire stabile e successivamente decrescere. L’aura, quando presente, si manifesta come un complesso di sintomi neurologici di tipo visivo (scotomi scintillanti, fugaci bagliori della vista, flash), di tipo sensitivo (ad esempio disestesie, formicolii, scosse elettriche soprattutto a livello dell’arto superiore) e di tipo disfasico (disturbi del linguaggio con parafasie, difficoltà nella comprensione e nell’eloquio).
Generalmente la durata dell’attacco varia dalle 4 alle 72h e si associa a fotofobia, fonofobia, nausea e vomito.
La terapia dell’emicrania può essere sintomatica o di prevenzione;
la terapia sintomatica si basa sull’uso di farmaci non specifici tra cui FANS, oppioidi, antiemetici e cortisonici e farmaci specifici tra cui i triptani.
Il primo farmaco appartenente alla classe dei triptani messo in commercio è stato il Sumatriptin: un agonista selettivo dei recettori 5HT1B/1D capace di ridurre la sintomatologia associata all’emicrania tra cui il dolore, la nausea, il vomito, la fotofobia e la fonofobia. In commercio, oltre al Sumatriptan vi sono altri 5 triptani, quali: Almotriptan, Rizatriptan, Eletriptan, Zolmitriptan e Frovatriptan.
I triptani si comportano come vasocostrittori pertanto non devono essere usati in pazienti con cardiopatia ischemica, vasospasmo coronarico, altre malattie cardiovascolari, ipertensione instabile, vasculopatia cerebrale, fenomeno di Raynaud e gravidanza e allattamento.
Tra gli effetti collaterali si evidenziano, invece, parestesie, nausea, sensazione di caldo o freddo, vertigini e sonnolenza, tuttavia ben tollerati.
Per la terapia preventiva dell’emicrania, invece, si hanno a disposizione diverse classi farmacologiche tra cui calcio-antagonosti, beta-bloccanti, serotoninergici, antidepressivi e antiepilettici.

Rif. tvff3nos

38 di 140 Domande

L'atenololo e' considerato un beta bloccante selettivo. A bassi dosaggi, su quali recettori agisce?

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La risposta corretta è la C.
Gli antagonisti dei recettori β-adrenergici sono classificati in:
Non selettivi, o di prima generazione;
Selettivi per il recettore β1 o di seconda generazione;
Non selettivi o selettivi con azioni cardiovascolari.
L’atenololo è un agonista adrenergico β1- selettivo.
Non è assorbito completamente e viene escreto per lo più immodificato nelle urine, con un’emivita di eliminazione di circa 5-8 ore. Il farmaco si accumula nei pazienti affetti da insufficienza renale e il suo dosaggio deve essere aggiustato qualora la clearance della creatinina sia <35ml/min. Viene utilizzato soprattutto nel trattamento dell’ipertensione e in combinazione con un diuretico è efficace anche per il trattamento dell’ipertensione sistolica isolata nei pazienti anziani.
 
Rif. 8u49g6rs

39 di 140 Domande

Scenario EL25D: Un ragazzo viene portato al Pronto Soccorso per marcato aumento della temperatura corporea, stato confusionale e crampi muscolari. La diagnosi è ipertermia da colpo di calore. Quale dei seguenti provvedimenti è quello più indicato per abbassare la temperatura corporea?

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La risposta corretta è la A.
L'ipertermia è definita come elevazione della temperatura corporea al di sopra del normale intervallo  di 36 e 37,5 ° C a causa di un’alterata termoregolazione.
Per colpo di calore si intende una condizione clinica caratterizzata da una temperatura corporea di solito superiore a 40ºC  con associata disfunzione del sistema nervoso centrale che non riesce a dissipare il calore accumulato.
Si distinguono due tipi di colpo di calore:
Colpo di calore classico:  colpisce soggetti più spesso di età superiore ai 70 anni con condizioni mediche croniche sottostanti che compromettono la termoregolazione o interferiscono con l'accesso all'idratazione o con i tentativi di raffreddamento. Queste condizioni includono malattie cardiovascolari, disturbi neurologici o psichiatrici, obesità, anidrosi, disabilità fisica, età estreme e uso di droghe ricreative, come alcol o cocaina, e l’utilizzo di alcuni farmaci come beta-bloccanti, diuretici o anticolinergici.
Colpo di calore da sforzo: di solito si verifica in individui giovani, in buona salute, che praticano attività fisica intensa in condizioni climatiche caratterizzate da elevata temperatura e umidità. I pazienti tipicamente sono atleti e reclute militari nella formazione di base.
La diagnosi del colpo di calore è effettuata clinicamente sulla base di una temperatura corporea elevata (generalmente> 40ºC),  valutata con un termometro rettale o esofageo, alterazione dello stato mentale, esposizione a temperature ambientali elevate, tachicardia, tachipnea, ipotensione, arrossamento, crepiti polmonari, oliguria ed eventualmente dolori muscolari.
A supporto della diagnosi dovrebbe essere effettuata una radiografia del torace, che può mostrare edema polmonare; l'elettrocardiogramma, che può rivelare aritmie, disturbi della conduzione, cambiamenti dell'onda ST-T non specifici, ischemia o infarto del miocardio correlati al calore. Tra le indagini di laboratorio  è importante un emocromo completo, la valutazione delle concentrazioni basiche di elettroliti sierici, azoto ureico e clearance della creatinina e valore delle transaminasi epatiche  in quanto il calore potrebbe determinare IRA, necrosi epatica acuta e leucocitosi.
Occorre una valutazione anche del tempo di protrombina (PT) e del tempo di tromboplastina parziale attivato (PTT) a causa del rischio di danno epatico indotto dal calore e della coagulazione intravascolare disseminata.
Sarà necessario effettuare un’emogasanalisi arterioso  per la valutazione dell'acidosi metabolica e dell'alcalosi respiratoria che, in questa condizione, rappresentano le anomalie più comuni. È importante anche effettuare studi per rilevare un’eventuale rabdomiolisi (creatin chinasi sierica e mioglobina urinaria) e le sue complicanze.
La misura utilizzata in prima istanza per la gestione del colpo di calore è il raffreddamento  fisico poiché è efficace, non invasivo, facilmente eseguibile e non interferisce con altri aspetti della cura del paziente.
Il paziente nudo viene raffreddato spruzzando acqua tiepida contemporaneamente all’uso di ventilatori che soffiano aria sulla pelle umida del paziente.
Altri metodi di raffreddamento efficaci sono meno comunemente usati  e prevedono l’immersione del paziente in acqua ghiacciata, che però complica il monitoraggio e l'accesso endovenoso e può essere dannoso per i pazienti anziani, terapia con ghiaccio in cui il paziente viene posto supino su una barella porosa posta sopra una vasca di acqua ghiacciata e viene continuamente bagnato con questa acqua e massaggiato lungo i principali gruppi muscolari con impacchi di ghiaccio per aumentare la vasodilatazione cutanea. Applicare impacchi di ghiaccio alle ascelle, al collo e all'inguine (aree adiacenti ai vasi sanguigni maggiori) è un'altra tecnica di raffreddamento efficace, ma può essere scarsamente tollerata dal paziente sveglio.

Rif. m350d6h8

40 di 140 Domande

Scenario FD26J: Un bambino di 3 anni presenta emorragie spontanee e ematuria. Viene fatta diagnosi di emofilia A. La nonna del bambino riferisce di aver avuto episodi di sanguinamento copioso in seguito a una estrazione dentaria. È possibile che la nonna fosse affetta anche lei da emofilia A?

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La risposta corretta è la E.
Le emofilie sono difetti congeniti della coagulazione; distinguiamo un’emofilia A, in cui il fattore alterato è il fattore VIII, e l’emofilia B in cui è alterato il fattore IX.
Il gene responsabile dell’emofilia A e B è localizzato nel braccio lungo del cromosoma X. La trasmissione dell’emofilia è  X- linked recessiva il che significa che la malattia si manifesta nei maschi ( se acquisiscono il cromosoma X con la mutazione) e nelle femmine omozigoti. Le femmine eterozigoti sono portatrici della malattia ma non sono affette.  
Dal punto di vista clinico si caratterizza per quadri tipici di ematomi ed emartri anche per piccoli traumi anche se la gravità del sanguinamento dipende dai livelli dei fattori VIII e IX. Per la diagnosi è fondamentale la clinica associata ad un’adeguata anamnesi, in quanto si può riscontrare in circa il 70% dei casi una storia familiare di emofilia. In tutti i soggetti che presentano un APTT prolungato, e una storia familiare e clinica compatibile con emofilia, viene effettuato il dosaggio specifico dei fattori della coagulazione VIII e IX per la diagnosi di certezza. 

Rif. dl60qapt

41 di 140 Domande

Scenario BG27T: In un uomo di 82 anni, affetto da iperparatiroidismo, subito dopo un intervento di paratiroidectomia, compare una tumefazione del polso destro, accompagnata da importante dolore e impotenza funzionale. Una radiografia del polso evidenza una radio-opacità lineare in corrispondenza del legamento triangolare del carpo. Alla luce del quadro clinico e del dato radiologico, qual è la più verosimile causa di tale manifestazione?

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La risposta corretta è la C.
Per il paziente del caso clinico, in base ai reperti clinico-anamnestici e alla radiografia del polso, la diagnosi più verosimile è rappresentata dall’artrite da deposito di pirofosfato di calcio (o pseudogotta), che si caratterizza per la presenza di condro-calcinosi, cioè la calcificazione della cartilagine ialina e fibrosa. L'artrite acuta, subacuta o cronica può insorgere, di solito a livello del ginocchio o in un'altra articolazione periferica maggiore. Gli attacchi acuti sono talora simili alla gotta, ma in genere meno intensi. Tra un attacco e il successivo, non ci sono sintomi di artrite da pirofosfato di calcio o persiste una sintomatologia di bassa entità in varie articolazioni, analogamente a quanto avviene nell'artrite reumatoide o nell'artrosi. La diagnosi si basa sulla valutazione della storia clinica del paziente, sull’analisi del liquido sinoviale e l’identificazione microscopica dei cristalli di pirofosfato calcico diidrato: nella forma acuta è presente un numero elevato di globuli bianchi ed utilizzando la microscopia a luce polarizzata è possibile identificare i cristalli intracellulari ed extracellulari solitamente di forma romboidale e birifrangenza positiva alla luce polarizzata.
Inoltre, la valutazione radiografica spesso può evidenziare la condro-calcinosi delle ginocchia, delle articolazioni radiali e ulnari (evidenziate come opacità lineari in corrispondenza del legamento triangolare del carpo, come nel caso clinico), della sinfisi pubica o delle articolazioni sterno-claveari. La terapia consigliata degli attacchi di pseudogotta utilizza steroidi intra-articolari o glucocorticoidi orali, FANS o colchicina.


Rif. qzmz0hcq

42 di 140 Domande

Scenario AA28Y: In un uomo di 78 anni è stata iniziata recentemente una terapia per diabete mellito di tipo 2. Alla visita di controllo lamenta nausea e dolore addominale. Il paziente si presenta tachicardico (112 bpm) e tachipnoico (26 atti respiratori al min). Gli esami del sangue evidenziano: creatininemia 1.47 mg/dL, Na+ 133 mEq/L, K+ 4.01 mEq/L, Cl- 100 mEq/L, pH arterioso 7.26, pCO2 18 mmHg, HCO3- 8.1 mmol/L. Quale farmaco utilizzato per la terapia del diabete di tipo 2 può più frequentemente portare a tale quadro clinico?

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La risposta corretta è la D.
La metformina, un biguanide in grado di ridurre l’insulino-resistenza, è utilizzata per la terapia del diabete mellito di tipo 2, ma può determinare acidosi lattica, come nel caso clinico. Infatti, riduce la produzione epatica di glucosio, promuove l’uptake e l’utilizzazione di glucosio a livello muscolare e riduce la sensazione di fame. Ma, è controindicata nei soggetti che sono predisposti allo sviluppo di acidosi metabolica, con stati ipossici (come nel caso di pazienti con chetoacidosi diabetica, insufficienza epatica, scompenso cardiaco o sottoposti ad interventi di chirurgia maggiore), con età > 80 anni in relazione al declino funzionale dell’attività renale. Infine, in diabetici anziani trattati con metformina il controllo del filtrato glomerulare dovrebbe essere effettuato almeno una volta all'anno; al di sotto di un valore del filtrato glomerulare di 30 ml non è opportuno l'uso di metformina dato il maggior rischio di acidosi lattica.
Rif. dc0d60v1

43 di 140 Domande

Scenario CO29J: Una donna di 88 anni si reca dal medico lamentando la comparsa, da alcuni giorni, di intenso dolore localizzato nell'emitorace destro. All'ispezione risultano evidenti numerose lesioni vescicolose, alcune già evolute in croste, prevalenti in regione sottomammaria destra e irradiate fino al dorso. Sulla base del sospetto diagnostico innescato da tale presentazione clinica, quale terapia dovrebbe essere proposta alla paziente?

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La risposta corretta è la E.
L’Herpes Zoster è conosciuto anche con il nome di “fuoco di sant’Antonio” ed è provocato dalla riattivazione del virus della varicella- zoster, rimasto latente in uno o più gangli sensitivi delle radici dorsali del midollo spinale o dei nervi cranici per un periodo di tempo prolungato.
Il virus presente nei gangli ha solitamente dei periodi di riattivazione in cui vengono prodotte piccole quantità di virus che in condizioni di immunocompetenza, però, vengono neutralizzati dagli anticorpi circolanti o distrutte dalla risposta dell’immunità cellulare prima che la loro moltiplicazione sia clinicamente evidente. Si viene ad istaurare un equilibrio dinamico tra la virulenza del microrganismo e le difese dell’ospite: quando le difese dell’ospite scendono al di sotto di un livello critico, il virus si riattiva e riesce a moltiplicarsi e a diffondere dentro al ganglio, causando necrosi ed intensa infiammazione, da cui deriva intensa nevralgia. Il virus così moltiplicato si diffonde per via antidromica lungo il nervo sensoriale nel quale provoca neurite e il rilascio del virus attorno alle terminazioni nervose cutanee dove si osserverà la sintomatologia.
Clinicamente è caratteristica l’eruzione cutanea sottoforma di grappoli di piccole vescicole, inizialmente a contenuto limpido, che poi evolvono in croste. L’eruzione coinvolge il dermatomero innervato dal nervo lungo il quale si è riattivato il virus; è tipicamente un’eruzione monolaterate ed accompagnata da un dolore urente associato a parestesie ed ipoestesie che permangono fino alla risoluzione delle lesioni cutanee.
Quando il dolore persiste dopo la guarigione delle lesioni si parla di nevralgia posterpetica.
La diagnosi è principalmente clinica anche se in casi dubbi potrebbero rendersi necessarie delle indagini di biologia molecolare e la terapia si basa sul’utilizzo di farmaci antivirali sistemici quali aciclovir, famciclovir o valaciclovir che devono essere iniziati entro 48h dall’esordio dei sintomi per poter essere efficaci.
Rif. hma4v1de

44 di 140 Domande

Quale delle seguenti NON è considerata un'infezione sessualmente trasmessa?

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La risposta corretta è la B.
Per malattie sessualmente trasmissibili (MIST) si intende una serie di patologie infettive che vengono trasmesse principalmente per via sessuale. La loro importanza risiede nel fatto che spesso vengono acquisite contemporaneamente dato che hanno in comune la via di trasmissione.
La cistite è un’infiammazione della vescica che rappresenta circa l’80% delle infezioni delle vie urinarie. Molto spesso, soprattutto nel casi di cistiti ricorrenti, la causa va ricercata nel serbatoio batterico costituito dalla flora fecale, come E.Coli, che in particolari circostanze può infettare le vie urinarie. Il meccanismo di infezione più frequente, soprattutto nelle donne, è quello ascendente, rappresentato dal passaggio di batteri patogeni dalla zona periureterale all’uretra e poi alla vescica. Prima i batteri colonizzano la vagina e poi risalgono lungo l’uretra fino alla vescica. Clinicamente la cistite da E.coli è indistinguibile dalle altre forme di cistite e si caratterizza per esordio brusco con pollachiuria, disuria, stranguria, in alcuni casi ematuria, spesso in associazione a nicturia e dolore in regione ipogastrica o lombare. La diagnosi, oltre alla clinica, si basa sull’esame colturale delle urine con antibiogramma che consentirà di istaurare una terapia antibiotica adeguata.
 
Le risposte A, C, D ed E non sono corrette.
Trichomonas vaginalis è un protozoo flagellato responsabile dello sviluppo di ureteriti non gonococciche il cui sintomo più comune è la disuria con prurito di intensità variabile e secrezioni genitali filamentose meno fluide e purulente rispetto a quelle delle ureteriti gonococciche. La diagnosi si basa sull’esame a fresco delle secrezioni ureterali, ottenute con un tampone ureterali, che consente di osservare il protozoo flagellato al microscopio ottico.
L’HIV è un virus a RNA comunemente noto come virus dell’immunodeficienza umana 1 trasmesso per via sessuale, parenterale o verticale che determina la graduale distruzione della popolazione T CD4 con conseguente sviluppo di AIDS, sindrome da immunodeficienza acquisita.
Nisserie gonorrhoeae è un batterio Gram- della famiglia delle Nisserie capace di causare ureterite, cervicite, malattia infiammatoria pelvica, oftalmite disseminata e infezione disseminata con artrite gonococcica.
Il Papilloma Virus umano è un virus a DNA a doppio filamento della famiglia dei Papillomaviridae di cui si riconoscono più di 200 tipi suddivisibili in categorie cutanee o mucose in base al loro tropismo tissutale; mentre i sierotipi 6 e 11 sono responsabili della maggior parte dei condilomi genitali, papillomatosi respiratoria ricorrente e verruche cutanee, i tipi 16 e 18 sono quelli più comunemente isolati nel tumore della cervice uterina.

Rif. pp8n87pt

45 di 140 Domande

Qual e', nel mondo, la principale causa di mortalità materna da cause dirette durante la gravidanza e fino a 42 giorni dopo il parto?

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La risposta corretta è la D.
Le emorragie durante la gravidanza e nel post-partum sono una delle principali cause di mortalità materna.
Nel primo e nel secondo trimestre l’emorragia può essere determinata da aborto, gravidanza extrauterina, patologia trofoblastica gestazionale, coagulopatie, traumi, infezioni e neoplasie; le emorragie nel terzo trimestre comprendono quelle emorragie che si verificano dopo la 28a settimana e sono più frequentemente dovute a distacco intempestivo della placenta, placenta previa, minaccia di parto pretermine o lesioni del basso tratto genitale.
L’emorragia post-partum, invece, possono essere primarie, e verificarsi entro 24h dal parto o secondarie e verificarsi dalle 24h alle 6-12 settimane dopo il parto. Tra le cause di emorragie primarie vi sono l’atonia uterina, la ritenzione di materiale placentare, coagulopatie e ritenzione di materiale placentare mentre, tra le cause di quelle secondarie vi è principalmente un incompleto secondamento, infezioni o un ematoma puerperale.

Rif. 9c2v5f9u

46 di 140 Domande

Scenario OG30G: Una donna di 28 anni asintomatica si presenta alla visita ginecologica perché da 3 mesi non ha il ciclo mestruale. In precedenza, il ciclo era regolare. Riferisce di aver eseguito 7 giorni prima un test di gravidanza sulle urine con esito negativo. Quale dei seguenti esami NON è indicato fare nel percorso diagnostico?

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La risposta corretta è la D.
In una paziente con assenza di mestruazioni da 3 mesi (amenorrea secondaria), asintomatica, precedentemente con ciclo mestruale regolare e recente test di gravidanza urinario negativo, l’esame meno indicato nell’iter diagnostico è la visita con esame speculare di vagina e collo: infatti, la valutazione obiettiva di vagina e collo dell’utero assume maggiore rilevanza nel caso di amenorree primarie, in quanto anomalie anatomiche potrebbero giustificare tale condizione. In particolare, l’amenorrea può essere di due tipi: 
- amenorrea primaria, caratterizzata da assenza di flusso mestruale senza menarca;
- amenorrea secondaria, caratterizzata da assenza di flusso mestruale in donne che hanno avuto il menarca. 
In presenza di amenorrea secondaria bisogna escludere la gravidanza; successivamente, sarà necessario eseguire un’anamnesi accurata che indaghi le caratteristiche dei precedenti cicli mestruali, i farmaci abitualmente assunti, l’eventuale presenza di particolari stress psicologici o radio/chemio-terapie precedenti. Infine, sarà necessaria un’accurata valutazione ecografica, seguita dal dosaggio del TSH, della prolattina, del LH, del FSH, dell’ormone antimulleriano e del test al progesterone (risposte A, B, C ed E errate). 
Rif. ibzrmot0

47 di 140 Domande

Scenario DE31E: Una donna di 37 anni, all'ottava settimana di gravidanza, ai primi esami presenta Hb 9,5 g/dL e MCV 72 fl. Quale di queste condizioni NON può essere la causa dei valori presentati nello scenario?

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La risposta corretta è la D.
Si definisce anemia megaloblastica un’anemia caratterizzata da eritroblasti anomali che sono detti megaloblasti in quanto caratterizzati da un volume corpuscolare medio (MCV) >100 ft. È determinata da un difetto nella sintesi di DNA conseguente a carenza di vitamina B12 e/o folati.
La vitamina B 12 si trova negli alimenti di origine animale, è resistente alla cottura, e si lega al fattore intrinseco, prodotto dalle cellule parietali del corpo e del fondo gastrico, che ne permette l’assorbimento a livello dell’ileo. Inoltre essa è implicata anche nel favorire l’ingresso dell’acido folico nelle cellule.
Una carenza di vitamina B12 o di folati può determinarsi per insufficiente introduzione , per ridotto apporto con la dieta, aumentato fabbisogno per aumento della richiesta, malassorbimento o inadeguata utilizzazione. Nel caso della vitamina B 12 la causa più frequente di carenza è il malassorbimento dovuto ad alterazioni nella secrezione del fattore intrinseco (nell’anemia perniciosa, o nella gastrectomia), a malattie croniche intestinali (ad esempio morbo celiaco) o ad alterazioni anatomiche dell’intestino (come nel caso di ileiti o resezioni ileari). Nel caso dell’acido folico, invece, è frequente che vi siano situazioni di ridotto apporto, come può accadere negli anziani,  così com’è frequente una condizione di malassorbimento dovuta a malattie croniche dell’intestino tenue, utilizzo di alcuni farmaci come gli anticonvulsivi o carenza di vitamina B12 . Nelle condizioni in cui vi è un aumento della sintesi del DNA, inoltre, potrebbe verificarsi una carenza di acido folico come nel caso di stati fisiologici, come la gravidanza, o patologici, come nelle neoplasie.
Dal punto di vista clinico le anemie megaloblastiche si presentano con sintomi aspecifici, comuni ad altre forme di anemia tra cui astenia ingravescente, sonnolenza, aumentata sensibilità al freddo accompagnati, in casi di deficit della vitamina B12, a parestesie a livello di mani e piedi, difficoltà nella deambulazione e raramente paresi spastica e neurite retrobulbare.
La diagnosi si avvale di un’adeguata anamnesi, clinica ed esame obiettivo ma soprattutto di esami strumentali tra cui l’esame emocromocitometrico che mette in evidenza una riduzione del contenuto di emoglobina, del numero dei globuli rossi, del valore dell’ematocrito ed un aumento del volume corpuscolare medio. Non si ha ipercromia, la concentrazione di emoglobina per ogni emazia è normale. Patognomonico è il risultato dello striscio di sangue periferico, che mostra la presenza di macrociti, anche se la diagnosi di certezza si ottiene solamente con la biopsia del midollo.
 
Le risposte A e B non sono corrette.
Si parla di trait-talassemico nelle forme di talassemia beta minor, nelle quali i soggetti sono portatori silenti, cioè eterozigoti, per la beta talassemia. In questi soggetti manca ogni manifestazione di malattia e l’esame emocormocitometrico mostra una poliglobulia associata ad anemia ipocromica e microcitica. Il riconoscimento di questi soggetti è importante al fine di un’adeguata profilassi della talassemia major ( malattia di Cooley).
La risposta C non è corretta.
La  celiachia è una malattia dell'intestino tenue caratterizzata da infiammazione cronica della mucosa, atrofia dei villi e iperplasia delle cripte, che si verificano dopo l'esposizione al glutine alimentare e che dimostrano un miglioramento dopo l’eliminazione del glutine stesso dalla dieta.
Clinicamente si caratterizza per sintomi gastrointestinali che comprendono diarrea ricorrente, malassorbimento, perdita di peso inaspettata, dolore addominale, distensione o gonfiore addominale, associati a sintomi extraintestinali quali anemia da carenza di ferro ipocromica e microcitica o macrocitica da carenza di folato o vitamina B12, aumento persistente delle aminotransferasi sierica, dermatite erpetiforme, astenia, cefalea ricorrente, ridotta fertilità, stomatite aftosa persistente, ipoplasia dello smalto dentale, malattia ossea metabolica e osteoporosi prematura, neuropatia periferica idiopatica o atassia cerebellare non ereditaria.
La risposta E non è corretta.
L’anemia sideropenica è una forma di anemia che si sviluppa quando la disponibilità di ferro nell’organismo è insufficiente per un’adeguata sintesi di emoglobina. Si tratta di un’anemia microcitica, ipocromica con riduzione dell’emoglobina, dell’ematocrito e del numero totale dei globuli rossi. Un parametro patognomonico è la sideremia, che raggiunge valori molto bassi insieme alla ferritinemia, mentre il valore della transferrina è aumentato.

Rif. 35d58om2

48 di 140 Domande

Scenario JJ32J: Una donna alla 38esima settimana di gravidanza, che finora si è svolta in modo fisiologico, si presenta in Pronto Soccorso per intenso dolore epigastrico, edemi declivi con rialzo pressorio e contrazione della diuresi a urine limpide. Quale patologia è la più probabile tra le seguenti?

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La risposta corretta è la B.
Ipertensione gestazionale, preeclampsia ed eclampsia sono disturbi ipertensivi indotti dalla gravidanza.
La preeclampsia è una malattia progressiva multisistemica caratterizzata da ipertensione e proteinuria nell'ultima metà della gravidanza o dopo il parto.
Le linee guida concordano sul fatto che la diagnosi di preeclampsia dovrebbe essere fatta in una donna precedentemente normotesa con la nuova insorgenza di ipertensione, pressione sistolica ≥140 mmHg o pressione diastolica ≥90 mmHg in due occasioni distanti almeno quattro ore, e proteinuria dopo la ventesima settimane di gestazione; in assenza di proteinuria, però, la diagnosi può ancora essere fatta se l'ipertensione di nuova insorgenza è accompagnata da segni o sintomi di disfunzione d’organo significativa.
Il disturbo è causato da disfunzione vascolare placentare e materna e si risolve sempre dopo il parto. Sebbene la maggior parte delle gravidanze colpite termini con buoni esiti materni e fetali, esse espongono la madre e il feto ad un aumentato rischio di mortalità e morbilità. 
La preeclampsia può essere asintomatica o causare edemi declivi, del volto, delle mani, con un eccessivo aumento di peso; si potrebbero sviluppare petecchie, segni di sanguinamento e nei casi più gravi cefalea, disturbi della vista, dolore epigastrico, nausea e vomito. D’altro canto, la potrebbe associarsi a segni di disfunzione d’organo in cui gli organi più colpiti sono cervello, rene e fegato e pertanto le pazienti potrebbero manifestare stati confusionali, dispnea, edema polmonare, oliguria, insufficienza renale acuta, emorragia cerebrale o infarto. Se non trattata adeguatamente, può degenerare rapidamente e improvvisamente verso l'eclampsia.
 
La risposta C non è corretta.
HELLP è un acronimo che si riferisce a una sindrome caratterizzata da emolisi con uno striscio di sangue microangiopatico, enzimi epatici elevati e basso numero di piastrine; probabilmente rappresenta una forma grave di preeclampsia anche se la relazione tra i due disturbi rimane ancora controversa.
Ha una presentazione clinica variabile in cui il sintomo più comune è il dolore addominale mesogastrico o nel quadrante superiore destro; molte pazienti potrebbero accusare anche nausea, vomito e malessere generale che spesso potrebbero essere scambiati per una malattia virale non specifica o un’epatite virale, soprattutto in presenza di livelli elevati di enzimi epatici.
La risposta D non è corretta.
Si definisce ipertensione gestazionale una condizione clinica definita dalla nuova insorgenza di ipertensione (pressione sistolica ≥140 mmHg e/o pressione diastolica ≥90 mmHg) in una donna che si trova oltre la ventesima settimane di gestazione, in assenza di proteinuria o segni di disfunzione d’organo. Si definisce grave quando la pressione sistolica è ≥ 160 mmHg e/o quella diastolica ≥110 mmHg. La maggior parte delle donne con ipertensione gestazionale diventa normotesa entro la prima settimana dopo il parto: se la pressione arteriosa torna normale entro 12 settimane dopo il parto si parla di ipertensione transitoria della gravidanza, al contrario, qualora ciò non accadesse si parlerebbe di ipertensione cronica.
Tra i rischi associati all’ipertensione gestazionale vi sono sia quelli a carico della gestante che del feto: tra i primi vi è l’aggravamento dell’ipertensione fino alla preeclampsia e lo sviluppo di ipertensione con associate le malattie correlate all’ipertensione stessa quali malattie cardiovascolari, iperlipidemia, malattia renale cronica o diabete mellito; tra i secondi vi è il rischio di distacco intempestivo della placenta, prematurità e sofferenza fetale, tanto che in queste donne viene raccomandato il parto  tra la 38esima e la 39esima settimana.
La riposta E non è corretta.
Il diabete mellito gestazionale si sviluppa durante la gravidanza in donne la cui funzione pancreatica è insufficiente a superare l'insulino-resistenza associata allo stato della gravidanza stessa.
Al primo appuntamento a tutte le donne gravide verrà offerta la misurazione della glicemia a digiuno e random: sono definite affette da diabete gestazionale le donne con una glicemia plasmatica a digiuno > 126mg/dl e di glicemia plasmatica random> 200 mg/dl e con un’emolobina glicata >6,5%. Lo screening per il diabete gestazionale viene effettuato intorno alla 16-18 settimana in caso di donne con diabete gestazionale in una precedente gravidanza, con un indice di massa corporea pregravidico > 30 o con valori di glicemia plasmatica a digiuno compresi tra 100 e 126 mg/dl.
Successivamente viene eseguita una curva da carico con 75mg di glucosio e un’ulteriore esame a 28 settimane di gestazione se la prima misurazione è risultata normale.
Generalmente decorre in modo asintomatico ma potrebbe arrivare a determinare chetoacidosi e coma qualora non venga tenuto sotto controllo in modo adeguato.

Rif. qqu84zqp

49 di 140 Domande

Scenario OF33R: Una donna alla 13esima settimana di gravidanza ha eseguito un test combinato (ecografia + prelievo di sangue materno) con esito di rischio elevato per sindrome di Down. Che cosa comprende l'esecuzione del test combinato?

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La risposta corretta è la C.
Il test combinato prevede lo studio della traslucenza nucale, del Bi-test e di altre variabili tra cui l’età materna.
La traslucenza nucale è un’immagine che si forma posteriormente, a livello del collo, dove vi è la giunzione tra la circolazione venosa e quella linfatica: quando questa giunzione è sofferente, la traslucenza nucale diventa più ampia. Valori di TN >2,8 mm configurano un quadro di rischio aumentato per patologie cromosomiche.
Il Bi-test viene effettuato sul sangue materno e valuta i valori di due ormoni placentari quali la porzione libera della β-HCG e del PAPP-A, la proteina plasmatica A associata alla gravidanza.
I risultati del Bi-test vengono confrontati con quelli della traslucenza nucale permettendo di individuare più facilmente i feti a rischio di anomalie cromosomiche. Tuttavia, solo esami più invasivi come la villocentesi o l’amniocentesi sono in grado di verificare con certezza la presenza di malattie cromosomiche.

Rif. umuphfib

50 di 140 Domande

Scenario WS34S: Una ragazza di 22 anni, nullipara, si reca dal ginecologo per chiedere un contraccettivo sicuro. Ha lo stesso partner da 2 anni con cui ha sempre utilizzato il condom, ma dopo che questo si è sfilato durante un rapporto, la ragazza ha dovuto ricorrere alla contraccezione d'emergenza e vorrebbe cambiare metodo. Nell'anamnesi risulta che la ragazza soffre da anni di emicrania con aura. Quali possibili alternative contraccettive potrebbe consigliare il ginecologo a questa paziente?

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La risposta corretta è la A.
Per contraccezione si intende il blocco temporaneo e reversibile del processo fisiologico della riproduzione attraverso l’utilizzo di metodi che interferiscono con la maturazione gametica o con il processo di fecondazione.
Tra i dispositivi di contraccezione, oltre a quelli più conosciuti come metodi naturali (quali l’astensione dai rapporti nei giorni fertili) o contraccettivi di barriera (condom, spugne vaginali, spermicidi o diaframma), ne esistono altri tra cui:
IUD- INTRA UTERUNE DEVICES;
Contraccettivi ormonali.
IUD è un acronimo usato per indicare dispositivi intrauterini di emergenza che agiscono sia a livello dell’endometrio che sugli spermatozoi; in particolare, aumentano i leucociti dell’endometrio, diminuiscono il suo spessore e la sua attività secretiva e alterano il suo profilo citochinico. Sugli spermatozoi, d’altra parte, hanno un effetto tossico e ne impediscono il trasporto aumentando lo spessore del muco cervicale. Esistono sia IUD di rame, in cui il rame stesso è citotossico per gli spermatozoi, esistono delle IUD medicate con ormoni, ad esempio il Levonorgestel, rilasciati nella cavità uterina.
I contraccettivi ormonali comprendono:
Pillola estroprogestinica;
Pillola progestinica o “minipillola”;
Cerotto transdermico;
Anello vaginale;
Contraccettivi di emergenza.
Le pillole di soli progestinici, o le IUD medicate con soli progestinici, sono molto efficaci nella contraccezione: nonostante blocchino l’ovulazione solo in parte rispetto alla pillola estroprogestinica, il loro effetto contraccettivo si esplica grazie all’ispessimento dello strato mucoso della cervice, che riduce la capacità dello sperma di penetrarvi, e alle alterazioni dell’endometrio che non rendono possibile l’impianto. A ciò si associa l’assenza degli effetti collaterali ed indesiderati indotti dagli estrogeni.
Diversi sono gli effetti collaterali associati all’utilizzo di estroprogestinici: essi possono aumentare l’attività reninica e la secrezione di aldosterone inducendo, in soggetti predisposti, ritenzioni di Na+ con conseguente ipertensione arteriosa. Agiscono sull’assorbimento dei folati con il possibile sviluppo di anemia macrocitica; a livello epatico rallentano il flusso della bile e incrementano la saturazione biliare di colesterolo predisponendo allo sviluppo di calcoli della colecisti; diminuiscono la tolleranza al glucosio con predisposizione al diabete, aumentano la pigmentazione cutanea, riducono la secrezione di sebo cutanea, aumentano la concentrazione di VLDL e HDL mentre riducono la concentrazione di LDL con conseguente possibile aumento dei trigliceridi associato a riduzione del colesterolo LDL. Possono indurre un aumento dei fattori della coagulazione VII, VIII, IX, X e incrementano l’aggregazione piastrinica con il conseguente rischio di tromboembolie venosa.
I contraccettivi a base di estroprogestinici sono controindicati, quindi, in presenza di anamnesi positiva per tromboembolia venosa, malattie cerebrovascolari, infarto del miocardio, carcinoma della mammella, coronaropatie, iperlipidemia congenita, tumori dell’apparato riproduttore o del fegato ed emicrania.
La componente estrogenica potrebbe essere responsabile di emicrania di nuova insorgenza o di riacutizzazione di una malattia preesitente: essi, infatti, agiscono a livello dei vasi determinando un aumentata produzione di NO e di prostacicline che favorirebbero la vasodilatazione. È stato visto, inoltre, che le cicliche fluttuazioni ormonali, soprattutto degli estrogeni, contribuirebbero al rilascio di neuropeptidi con attività vasodilatatoria, implicati nello sviluppo del processo emicranico.
 
 
Le risposte B, C, D ed E non sono corrette.
Il cerotto transdermico e il cerotto vaginale sono dispositivi a base di estroprogestinici.
Gli estroprogestinici si compongono di una parte estrogenica e una porgestinica; l’estrogeno che viene impiegato nei preparati in commercio più recentemente è l’etinilestradiolo mentre la componente porgestinica può derivare da due diverse famiglie steroidee, il progesterone o il 19-noretindrone. Il più impiegato tra i progestinici è il Levonorgestel, di IIa generazione, anche se sono stati recentemente introdotti progestinici di IIIa generazione con una minore attività androgenica come il Desogestrel.
La pillola estroprogestinica impedisce che avvenga l’ovulazione. Il progesterone diminuisce la frequenza della secrezione di GnRH: i livelli di FSH e LH sono soppressi e il picco di LH a metà ciclo è assente in quanto i progestinici sembrano inibire i picco di LH indotto dagli estrogeni in questa fase. Essi, inoltre, sembrano essere responsabili anche degli effetti sulla cervice, contribuendo alla produzione di muco spesso e viscoso che riduce la penetrazione degli spermatozoi, e sull’endometrio, dove determinano uno stato di non recettività per l’impianto.
La componente estrogenica, invece, sembra contribuire soprattutto alla ridotta sensibilità ipofisaria del GnRH e sopprime la secrezione di FSH dall’ipofisi nella fase follicolare del ciclo mestruale. Con l’uso cronico di estroprogestinici la funzione dell’ovaio è ridotta ed esso mostrerà un volume ridotto associato ad un minimo sviluppo follicolare e assenza del corpo luteo.

Rif. f9bbb9t3

51 di 140 Domande

Scenario AC35C: Una donna di 51 anni, senza altre rilevanti patologie in anamnesi personale e familiare, viene sottoposta a isterectomia e annessiectomia bilaterale per la presenza di un mioma uterino che determina perdite ematiche anomale. Dopo circa 4 mesi dall'intervento si rivolge alla ginecologa per la presenza di intensi fenomeni vasomotori che le impediscono di dormire. Due mesi prima ha acquistato in farmacia un preparato contenente fitoestrogeni che sta tuttora assumendo con miglioramento scarso o nullo. Qual è l'opzione terapeutica consigliabile?

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La risposta corretta è la C.
Per la paziente del caso clinico sottoposta a isterectomia e annessiectomia bilaterale, che lamenta intensi fenomeni vasomotori che le impediscono di dormire, il trattamento più appropriato è la terapia ormonale sostitutiva (TOS) con estradiolo per via transdermica. Infatti, tale terapia determina miglioramento dei sintomi vasomotori e minore rischio di fratture ossee e di atrofia urogenitale. Le evidenze disponibili e le principali agenzie internazionali, compresa l'Agenzia Europea del Farmaco, raccomandano la terapia ormonale sostitutiva alle donne che hanno disturbi attribuibili alla menopausa, come vampate, sudorazione e conseguenti problemi del sonno, percepiti come importanti, duraturi e responsabili di un peggioramento della qualità della vita. In dettaglio, gli studi che hanno esaminato se la TOS potesse aumentare il rischio di tumore al seno hanno stimato un aumento di 1 caso ogni 1000 donne per anno che assumono la terapia. Il rischio è minore per le donne che usano la terapia con soli estrogeni rispetto a quelle che assumono estrogeni e progestinici insieme. Dopo 5 anni dalla sospensione della terapia il rischio sembra nuovamente sovrapponibile a quello della popolazione generale. È quindi molto importante che le donne che assumono la TOS partecipino con regolarità allo screening del tumore della mammella (risposte A, B, D ed E errate). â€‹â€‹â€‹â€‹â€‹â€‹â€‹
Rif. 8ug21el5

52 di 140 Domande

Nel calcolo della specificità di un test diagnostico:

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La risposta corretta è la D.
La specificità è la capacità di un test diagnostico di individuare i soggetti sani, indica cioè la probabilità che un soggetto sano sia risultato negativo nel test e viene calcolata con la formula: Veri negativi / (Veri negativi + Falsi positivi).
 
La risposta B non è corretta.
La formula Veri positivi / (Veri positivi + Falsi negativi) viene utilizzata per il calcolo della sensibilità. La sensibilità è finita come la capacità di un test diagnostico di individuare i soggetti malati, cioè il numero dei soggetto malati che sono risultati positivi al test.

Rif. ah7u3smr

53 di 140 Domande

La legge istitutiva del Sistema Sanitario Nazionale e':

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La risposta corretta è la A.
In passato l’erogazione dei servizi sanitari si basava sulle “mutue“, cioè associazioni di professionisti, diverse per ogni professione, che garantivano il sostegno economico al lavoratore o alla sua famiglia in caso di infermità previo il pagamento di una quota di denaro periodico.  Il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) nasce con la legge 833/1978 che ha come obiettivo quello di garantire l’equità nella realizzazione del diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione.

Rif. oqmq35g9

54 di 140 Domande

L'accuratezza di un esame diagnostico rappresenta:

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La risposta corretta è la C.
Per accuratezza di un test diagnostico di intende la sua capacità di individuare correttamente i soggetti sani e quelli malati sul totale dei soggetti esaminati.
Essa viene valutata mediante due parametri statistici quali la sensibilità e la specificità.
 
Le risposte A e D non sono corretta.
La frazione dei soggetti positivi al test nella popolazione dei veri malati identifica il valore predittivo positivo; esso cioè identifica la probabilità che un paziente con test positivo abbia realmente la malattia, quindi venga correttamente diagnosticato come malato.
Le risposta B ed E non sono corrette.
La frazione dei soggetti negativi al test nella popolazione dei veri sani identifica il valore predittivo negativo che indica, cioè, la probabilità che un soggetto con test negativo sia realmente sano. 

Rif. anmfntpq

55 di 140 Domande

Quanti casi di Morbillo sono stati notificati in Italia al sistema di sorveglianza nel 2017?

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La risposta corretta è la C.
Il morbillo è una malattia infettiva altamente contagiosa causata da un virus appartenente alla famiglia Paramyxoviridae e al genere Morbillivirus.
L’unica sorgente di infezione è l’ammalato che elimina il virus con le secrezioni naso-faringee o i colpi di tosse durante la fase prodromica e i primi giorni della fase esantematica.
Nonostante la diponibilità di un vaccino, il morbillo costituisce ancora un’importante causa di morbilità e mortalità infantile la cui incidenza è in aumento: in Italia, mentre tra il 2007 e il 2008 i casi notificati erano circa 2100, nel 2017 i sistemi di sorveglianza hanno notificato circa 5000 nuovi casi di malattia.
Il morbillo si sviluppa dopo un periodo di incubazione che dura dai 9 ai 12 giorni ed è caratterizzata da:
Fase prodromica (o catarrale) che si manifesta con febbre, mucositi, enantema (macchie di Koplik a livello della mucosa gengivale) e coinvolgimento delle mucose nasali, faringee e congiuntivali;
Fase esantematica: si tratta di un esantema maculo-papulare che inizia a livello del collo, delle regioni retroauricolari e della nuca per poi espandersi in senso cranio-caudale interessando prima il volto e successivamente il tronco, gli arti superiori, il dorso e gli arti inferiori. In questa fase permane la febbre e i linfonodi cervicali o mandibolari possono andare incontro ad un aumento di volume.
Fase di risoluzione: l’esantema inizia a regredire dopo aver raggiunto l’acme; inizia a sbiadire sempre in senso cranio-caudale, seguendo l’ordine della comparsa, fino alla sua totale scomparsa.
La diagnosi di morbillo è prevalentemente clinica anche se in alcuni casi possono essere necessarie indagini di laboratorio per la ricerca di IgM specifiche che compaiono precocemente. In presenza di complicanze, inoltre, potrebbe rendersi necessario anche l’isolamento o la ricerca del virus circolante o nelle secrezioni respiratorie o nel liquido cefalorachidiano tramite PCR.
Non esiste una terapia specifica per il morbillo, se non una strategia preventiva basata sull’utilizzo di un vaccino. Il vaccino è costituito da virus vivo attenuato e viene somministrato in due dosi: una a 14 mesi e una fra i 6 e i 14 anni. È obbligatorio dal 2017 per tutti i nati a partire dal 2001.
Il morbillo è una patologia temuta soprattutto per le sue complicanze, ed in particolare per lo sviluppo di encefalice acuta o subacuta e la PESS, panencefalite sclerosante subacuta; si tratta di una condizione clinica ad esordio tardivo, che può insorgere anche a distanza di anni dal morbillo, causata da un’infezione persistente del virus a livello del sistema nervoso centrale con conseguenti lesioni degenerative dei neuroni, degli oligondendrociti, e gliosi. Clinicamente si manifesta dapprima con disturbi del comportamento, ansia, disturbi della memoria per poi rendersi evidenti, dopo alcuni mesi, segni ipercinetici come tremori, mioclonie e convulsioni con un sempre maggiore scadimento delle funzioni intellettive. Si viene ad instaurare un deficit del sensorio che progressivamente porta al coma fino all’exitus.

Rif. 7mhgbh81

56 di 140 Domande

Quale dei seguenti assunti relativi alla Malattia da reflusso gastro-esofageo (MRGE) è ERRATO?

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La risposta corretta è la A.
La malattia da reflusso gastroesofageo si sviluppa quando il reflusso del materiale gastrico in esofago determina sintomi o complicanze.
Riconosce una patogenesi multifattoriale esemplificabile come uno squilibrio tra i normali fattori difensivi ( tra cui saliva, tight junctions, funzione tampone degli ioni idrogeno, produzione di muco e bicarbonato, e soprattutto la competenza dello sfintere esofageo inferiore) e fattori aggressivi (tra cui l’acidità e il volume del materiale gastrico, l’attività della pepsina o la contemporanea presenza di componenti duodenali come bile od enzimi pancreatici).
Nella patogenesi della malattia da reflusso un ruolo preponderante è svolto dal rilasciamento transitorio ed inappropriato dello sfintere esofageo inferiore: normalmente esso si rilascia a seguito della deglutizione a causa della distensione del fondo gastrico e consente il passaggio del materiale ingerito nello stomaco. Nel caso di MRGE il rilasciamento di tale sfintere è più frequente e non sempre postdegutitivo con conseguente  reflusso nell’esofago di materiale gastrico. Anche l’ernia iatale sembra svolgere un importante ruolo patogenetico nella genesi della malattia da reflusso.
Clinicamente il reflusso gastroesofageo si caratterizza per sintomi esofagei ed extraesofagei. Tra i primi vi sono rigurgiti acidi, dolore toracico retrosternale urente, definito anche pirosi, e sapore metallico in bocca; tra i secondi si riconoscono soprattutto tosse, laringite o erosione dello smalto dentale.
La diagnosi si basa principalmente sulla clinica a cui si possono associare esami diagnostici maggiormente appropriati tra cui:
Test all’inibitore di pompa protonica;
Esame endoscopico: utile per valutare soprattutto le complicanze della malattia da reflusso tra cui, principalmente, l’esofago di Barrett. In particolare, secondo le linee guida, l’endoscopia si rende necessaria nei pazienti con sintomi di allarme, età>50aa e sintomi refrattari alla terapia con inibitori di pompa protonica.
Ph-metria esofagea delle 24h: consente di valutare se i reflussi acidi individuati dall’esame corrispondono ai momenti in cui il paziente avverte i sintomi tipici della malattia. Viene utilizzata soprattutto nel caso di pazienti con sintomi esofagei tipici ma con un’endoscopia negativa.
Ph-impedenzometria esofagea delle 24h: a differenza della ph-metria, che riconosce solo gli episodi di reflusso acido, permette di individuare tutti gli episodi di reflusso, anche quelli di materiale non acido.
Bilimetria esogafea delle 24h: consente di individuare la bilirubina endoluminale allo scopo di evidenziare il reflusso duodenogastroesofageo.
Tra gli altri test si ricordano la scintigrafia esofagea o la manometria esofagea che però non vengono utilizzati di routine e non hanno alcun ruolo nella diagnosi di MRGE ma che consentono uno studio più approfondito delle caratteristiche dell’esofago e dello sfintere esofageo inferiore.
 
Le risposte B, C ed E non sono corrette.
La terapie medica della MRGE consiste nella somministrazione degli inibitori di pompa protonica (IPP, attualmente i farmaci di prima scelta e con maggior efficacia.
Devono essere utilizzati per almeno 4-8 settimane, periodo nel quale sono in grado di alleviare i sintomi, di cicatrizzare le eventuali lesioni esofagitiche e di prevenire o ridurre le complicanze della malattia. Essi agiscono legando la pompa protonica della cellula parietale gastrica, bloccandone il funzionamento: poiché l’assunzione del pasto rappresenta il principale stimolo della secrezione acida gastrica, per un migliore effetto devono essere assunti al mattino, almeno 30-60 minuti prima del pasto e se i sintomi interferiscono con il riposo notturno, potrebbe essere utile anche una seconda somministrazione prima della cena.
Accanto alla terapie medica, una serie di modificazioni nello stile di vita consentono di migliorare la sintomatologia della malattia da reflusso tra queste, si raccomanda principalmente l’astensione dal fumo, alcol, spezie, cioccolato, calo ponderale e il riposo notturno con un cuscino in più sotto la testa. 

Rif. zgape9h3

57 di 140 Domande

Scenario AP36P: Una donna di 21 anni riferisce episodi di lieve ittero iniziati nell'adolescenza. L'ultimo episodio si è verificato dopo l'inizio di assunzione di anticoncezionali orali. Per il resto è asintomatica. Viene posto il sospetto di sindrome di Dubin-Johnson. Quale di queste affermazioni è corretta per tale sindrome?

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La risposta corretta è la E.
La sindrome di Dubin-Johnson, una malattia benigna genetica con ereditarietà autosomica recessiva e prognosi ottima, determina una ridotta capacità di escrezione della bilirubina da parte degli epatociti attraverso il polo biliare, con conseguente accumulo di bilirubina diretta. Dal punto di vista istopatologico, si caratterizza per il deposito di pigmenti di color nero-marroncino nelle cellule epatiche parenchimali. È dovuta alla mutazione del gene ABCC2, che codifica per il trasportatore di membrana apicale ATP-dipendente, che media il flusso dei glucuronidi della bilirubina e altri anioni organici coniugati dagli epatociti verso la bile. I pazienti solitamente presentano ittero ricorrente lieve o moderato, senza prurito, spesso causato da stress, assunzione di alcool, gravidanza, contraccettivi orali o farmaci; a volte, dolori addominali e affaticamento durante le riacutizzazioni della malattia e raramente epatosplenomegalia. Nel siero i livelli di bilirubina totale sono elevati, di solito tra 2 e 5 mg/dl (molto raramente oltre 20 mg/dl). Non esiste un trattamento risolutivo per tale patologia, anche se è stato osservato che la somministrazione a breve termine di fenobarbital riduce in alcuni casi i livelli di bilirubina nel siero. Non evolve verso l'insufficienza epatica, la cirrosi o la fibrosi epatica.
Al contrario, tale patologia non mostra un pattern di ereditarietà autosomico dominante, iperbilirubinemia prevalentemente indiretta ed aumento della fosfatasi alcalina (risposte A, B, C e D errate)
Rif. 1nz54d37

58 di 140 Domande

Scenario QY37Y: Una donna di 22 anni si sottopone a biopsia intestinale dopo un'iniziale valutazione clinica e laboratoristica. L'esame istologico dimostra appiattimento dei villi, iperplasia delle cripte, incremento dei linfociti intraepiteliali, come illustrato nella figura. Con quale delle seguenti malattie può essere compatibile il reperto istologico?

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La risposta corretta è la E.
La malattia celiaca (o celiachia)è un’enteropatia cronica causata, in individui geneticamente predisposti, dal glutine ingerito con la dieta.
L’eziologia della patologia è legata sia a fattori ambientali che a fattori propri del soggetto; tra i fattori ambientali è noto che sia il glutine il responsabile di questa condizione, cioè una miscela proteica contenuta nella farina di frumento, orzo, farro, avena, segale e kamut.
Il glutine si caratterizza per una composizione aminoacidica ricca di glutamina e prolina che gli conferiscono proprietà antigeniche particolari tra cui la capacità di legarsi a molecole HLA di classe II o l’incapacità di essere digerito da parte di enzimi luminali e dall’orletto a spazzola. Tra i fattori individuali, invece, come già accennato, riveste un ruolo fondamentale la predisposizione genetica del soggetto testimoniata da studi condotti su familiari di pazienti celiaci, nei quali la possibilità di sviluppare la malattia era di circa il 30%. Oltre il 90% dei soggetti affetti da malattia celiaca, infatti, è portatore della molecola HLA DQ2 o di HLA DQ8. Le molecole dell’immunità innata HLA DQ2 e DQ8 sembrano capaci di presentare la gliadina, penetrata nella parete intestinale attraverso gli eritrociti o per via paracellulare, ai linfociti CD4+. Ciò porta all’attivazione delle cellule T, cioè all’iperproduzione delle citochine prinfiammatorie Th1 quali IL-2 ed interferone ɣ, che insieme all’azione citotossica dei linfociti CD8+ e all’attività delle metalloproteasi, portano a processi di apoptosi degli enterociti, con conseguente atrofia dei villi intestinali, iperproliferazione cellulare con iperplasia ed atrofie delle cripte.
Clinicamente, la malattia celiaca può essere asintomatica, paucisntomatica o sintomatica e i sintomi possono presentarsi in qualunque momento della vita; i sintomi principali sono di tipo gastrointestinale e sono rappresentati soprattutto da calo ponderale, diarrea ricorrente, steatorrea, dolori addominali tipicamente postprandiali, distensione o gonfiore addominale, associati a sintomi extraintestinali quali anemia da carenza di ferro ipocromica e microcitica o normocitica, macrocitica da carenza di folato o vitamina B12, aumento persistente delle aminotransferasi sierica, dermatite erpetiforme, astenia, cefalea ricorrente, ridotta fertilità, stomatite aftosa persistente, ipoplasia dello smalto dentale, malattia ossea metabolica e osteoporosi prematura, neuropatia periferica idiopatica o atassia cerebellare non ereditaria.
L'approccio diagnostico prevede un’adeguata anamnesi e della sintomatologia riportata dal paziente e anche se la diagnosi di certezza si basa sull’esame bioptico, i test anticorpali possono essere di grande aiuto nel dirimere il sospetto diagnostico verso questa patologia. Gli anticorpi specifici per la celiachia sono gli anticorpi anti-gliadina (di tipo IgA ed IgG), anti-endomisio ed anti-transglutaminasi. In particolare, gli anticorpi anti-gliadina vengono usati soprattutto nei primi due anni di età, in cui vi è una ridotta sensibilità per gli altri; gli anticorpi anti-endomisio ed anti-trasglutaminasi sono di classe IgA e la ricerca delle IgG viene effettuata solo in presenza di deficit selettivo di IgA.
La biopsia duodenale è il gold standard per la diagnosi di malattia celiaca: devono essere effettuate almeno 4 biopsie le quali, in presenza di malattia, si caratterizzano per atrofia dei villi, ipertrofia delle cripte e aumento dell’infiltrato infiammatorio a livello intraepiteliale e della lamina propria.
Il trattamento standard della celiachia è rappresentato da una dieta priva di glutine.

Rif. pl04dtg5

59 di 140 Domande

Nel trattamento dell'asma bronchiale riacutizzata vengono utilizzate tutte le seguenti terapie TRANNE una; quale?

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La risposta corretta è la A.
L'asma bronchiale è una malattia infiammatoria cronica delle vie aeree caratterizzata da un’ostruzione bronchiale reversibile, completamente o in parte, spontaneamente o dopo la somministrazione di farmaci ad attività broncodilatatoria ed antinfiammatoria.
Presenta sicuramente una genesi multifattoriale in cui riconosciamo dei fattori in grado di favorire e scatenare un attacco di asma, e dei fattori predisponenti, alla base dei fenomeni fisiopatologici dell’asma, tra cui fattori genetici come l’atopia, e fattori ambientali come inquinamento atmosferico, fumo di sigaretta attivo e passivo, esposizione ad allergeni o a sostanze presenti nei luoghi di lavoro (es/legno, metalli, prodotti chimici). 
La predisposizione individuale insieme ai fattori ambientali concorrono nella fisiopatogenesi dell’asma che si caratterizza per iperreattività bronchiale, cioè l’ostruzione delle vie aeree che si scatena in alcuni soggetti a seguito di stimoli di varia natura che nei soggetti normali non causano alcuna risposta, e infiammazione cronica: in questi pazienti infatti la mucosa è particolarmente edematosa e le vie aeree sono tappezzate da tappi di muco; l’infiammazione è mediata dall’interazione continua tra cellule infiammatorie e mediatori dell’infiammazione.
Dal punto di vista clinico, l’asma bronchiale si caratterizza per dispnea, sensazione di costrizione toracica e tosse stizzosa, cui si aggiungono, nella fase accessionale, fischi e sibili, rilevabili all’obiettività toracica.
La diagnosi definitiva di asma richiede un’accurata anamnesi, una clinica coerente con il disturbo stesso e la dimostrazione di un’ostruzione del flusso aereo espiratorio. Gli strumenti utilizzati nella diagnosi di asma includono quindi anamnesi, esame obiettivo, test di funzionalità polmonare ma, innanzitutto, sarà necessario eseguire una Rx torace ed un’emogasanalisi arteriosa. L’RX torace solitamente è normale nei pazienti con asma e, in acuto, viene effettuata più che altro per escludere diagnosi alternative che possono simulare l'asma; l’emogasanalisi, invece, consente di determinare il grado dell’ostruzione bronchiale sulla base dei valori di pH, pO2 e pCO2
La terapia di un attacco di asma acuto prevede l’utilizzo di ossigeno, per la correzione dell’ipossiemia, broncodilatatori β2 agonisti per la risoluzione del broncospasmo, corticosteroidi ev per ottimizzare l’azione dei β2, contribuendo a migliorare la funzionalità respiratoria, e magnesio solfato, soprattutto nelle forme gravi, anch’esso utile per il miglioramento la funzionalità respiratoria.
Tra i β2 agonisti di prima scelta è il salbutamolo somministrato per via inalatoria, ev usato nelle forme non responsive alla via inalatoria, associato ad anticolinergici come l’ipatropio bromuro, nelle forme gravi, e a corticosteroidi per via inalatoria come il beclometasone dipropionato. Inoltre, nei pazienti con asma severo non responsivo alla dose massima possibile di b2 e steroidi sistemici, si potrebbe utilizzare la Teofillina.
Rif. hm6te2h6

60 di 140 Domande

Scenario BR38J: Un paziente di 65 anni deve essere sottoposto a colecistectomia. In regime di pre-ricovero ha eseguito un controllo radiologico del torace. L'immagine radiologica mostrata in figura è in prima istanza compatibile con:

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La risposta corretta è la E.
L'immagine radiologica del caso clinico è in prima istanza compatibile con metastasi polmonari a “palla da cannone”, tipiche ad esempio dei sarcomi o delle neoplasie renali. In dettaglio, il polmone è una delle sedi più frequenti di metastasi ematogene a causa della sua notevole irrorazione sanguigna e dell’azione di filtro della barriera alveolo-capillare. Ma, all’RX l’atelettasia polmonare del torace mostrerebbe un’area di opacità polmonare più diffusa ed omogenea (risposta A errata), mentre la tubercolosi miliare si caratterizzerebbe per la presenza di piccole opacità polmonari localizzate nell’interstizio: il suo quadro radiologico potrebbe essere simile a quello di un tumore metastatico polmonare nel caso di metastasi micro-nodulari multiple (risposta C errata). All’opposto, l’imaging caratteristico della polmonite è rappresentato da un’area di addensamento parenchimale strutturata, spesso di morfologia irregolare, non compatibile con la RX del caso clinico (risposta E errata). Infine, la presenza degli elettrodi determinerebbe tenui radiopacità a morfologia rotondeggiante, ma non con una così ampia diffusione bilaterale come nella TC del caso clinico (risposta B errata).
Rif. u8f2in0s

61 di 140 Domande

Scenario PP39P: Un uomo viene portato in Pronto Soccorso in seguito a intossicazione da benzodiazepine. Cosa mostrerà verosimilmente l'emogasanalisi arteriosa?

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La risposta corretta è la E.
Tutte le benzodiazepine utilizzate in clinica promuovono il legame dell’acido ɣ-aminobutirrico (GABA), il principale neurotrasmettitore di tipo inibitorio, al suo recettore, un canale del cloro ligando-dipendente.
Tutti gli effetti delle benzodiazepine derivano dalle loro azioni a livello del SNC; gli effetti più importanti sono sedazione, ipnosi, riduzione dell’ansia, rilassamento muscolare, amnesia anterograda e attività anticonvusivante.
In soggetti sani, dosi ipnotiche di benzodiazepine sono prive di effetti sulla respirazione; a maggiore dosi, invece, come quelle utilizzate per la medicazione preanestetica o l’endoscopia, esse deprimono la ventilazione alveolare causando acidosi respiratoria ipercapnica.

Rif. 7buac3ma

62 di 140 Domande

All'ECG viene misurato un QRS di durata >120ms. In normo-frequenza (60-90 bpm), qual è una possibile causa di QRS largo?

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La risposta corretta è la A.
Una possibile causa di QRS largo in normofrequenza (60-90 bpm) è la pre-eccitazione ventricolare di tipo Wolff-Parkinson-White, una malattia caratterizzata da tachicardie sopraventricolari legate alla presenza di una via accessoria, che colpisce circa 1-3/1000 persone: in particolare, il QRS largo deriva dalla sovrapposizione della via accessoria e dalla via fisiologica di depolarizzazione (la più lenta fra le due). In dettaglio, Il quadro elettrocardiografico tipico mostra:
- onde P normali;
- accorciamento del PR < 0.12 secondi, dovuto alla via accessoria;
- onda delta δ, cioè un impastamento iniziale del QRS che rappresenta la depolarizzazione provocata dalla via accessoria;
- ampliamento del QRS, che deriva dalla sovrapposizione della via accessoria e della via fisiologica di depolarizzazione (la più lenta fra le due);
Inoltre, in base alla morfologia dell’onda δ, si distinguono due tipologie di WPW:
- tipo A, che si caratterizza per l’onda δ positiva nelle derivazioni precordiali anteriori;
- tipo B, che si caratterizza per l’assenza di onda δ (o onda δ negativa) nelle precordiali anteriori.
Invece, la terapia con beta-bloccanti in corso, il blocco A-V di grado Mobitz 1, l’ipokaliemia e la fibrillazione atriale non sono possibili cause di QRS largo in normo-frequenza (60-90 bpm) (risposte B, C, D ed E errate).
Rif. 3su9oihr

63 di 140 Domande

Scenario FV40V: Un paziente di 35 anni giunge in Pronto Soccorso per cardiopalmo. All'ECG si osserva tachicardia ventricolare a morfologia tipo blocco di branca sinistro. Dopo la risoluzione dell'emergenza, una cardio-RM mostra infiltrazione adiposa della parete libera del ventricolo destro. Qual è la diagnosi?

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La risposta corretta è la C.
La displasia aritmogena del ventricolo destro è una cardiomiopatia che coinvolge principalmente il ventricolo destro, ma che può coinvolgere anche il sinistro, caratterizzata da aritmie ventricolari anche letali e spesso causa di morte improvvisa soprattutto in giovani atleti. La mutazione genetica causa della malattia è a carico dei geni che codificano per le proteine del desmosoma e riconosce un certo grado di familiarità con una trasmissione autosomica dominante. Dal punto di vista istologico si caratterizza per una progressiva sostituzione di miocardio ventricolare destro con tessuto fibroadisposo soprattutto a livello del “ triangolo della displasia”, cioè quella zona di muscolo cardiaco che si trova tra l’apice del ventricolo destro, il tratto di afflusso e quello di efflusso. Il tessuto fibroadiposo può essere responsabile dell’innesco di circuiti da rientro, substrati di aritmie, ma anche di discinesie, ectasie della parete, dilatazioni fino a veri e propri aneurismi. Clinicamente può andare da forme asintomatiche a quadri in cui i pazienti lamentano palpitazioni o addirittura sincope; per la diagnosi è utile la RM , che può mostrare l’infiltrazione adiposa nella parete del ventricolo destro, anche se la diagnosi di certezza è possibile solo grazie alla biopsia miocardica.
 

Rif. nn8bpl37

64 di 140 Domande

Scenario FC41X: All'ECG una paziente in terapia farmacologica mostra l'intervallo QT corretto per la frequenza cardiaca di 0,5 secondi. Quale tra i seguenti farmaci può provocare la sindrome del QT lungo acquisita?

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La risposta corretta è la E.
L’amiodarone, un farmaco antiaritmico di classe III, può provocare la sindrome del QT lungo acquisita. In dettaglio, l’amiodarone, un farmaco antiaritmico di classe 3, blocca i canali IKr, INa, ICa-L e i recettori b-adrenergici. Prolunga la durata del potenziale di azione e l’intervallo QT (potendo determinare la sindrome del QT lungo acquisita), rallenta la frequenza cardiaca e la conduzione atrioventricolare. Viene utilizzato per il trattamento di gravi aritmie ventricolari e sopra-ventricolari. Dal punto di vista della tossicità può determinare: bradicardia e blocco cardiaco in cuori malati, vasodilatazione periferica, tossicità epatica e polmonare, iper- o ipotiroidismo. Inoltre, può determinare fibrosi polmonare, rapidamente progressiva e fatale.
Rif. uqbbtvam

65 di 140 Domande

Scenario PO42G: Un paziente di 25 anni ha un'ipertensione arteriosa grave e resistente, insorta recentemente. All'esame obiettivo si reperta soffio addominale. Agli esami ematochimici ha valori bassi di potassio sierico. Qual è il sospetto clinico?

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La risposta corretta è la E.
Per il paziente del caso clinico, in base ai reperti clinico-anamnestici, il sospetto clinico è l’ipertensione nefro-vascolare, dovuta alla stenosi di una o di entrambe le arterie renali. Solitamente l’occlusione è su base ateromasica, cioè vi è una placca aterosclerotica all’origine o nel tratto intermedio dell’arteria renale. Tuttavia, soprattutto nei soggetti più giovani, la causa della stenosi potrebbe essere un’arterite o una vasculite dei grossi vasi (a seguito della flogosi si osserva un’iperplasia fibro-muscolare della tonaca media responsabile dell’aspetto tipico dell’arteria renale a “corona di rosario”). Qualunque sia la causa, la stenosi attiva il sistema renina-angiotensina-aldosterone con conseguente vasocostrizione, ritenzione di sodio ed espansione del volume circolante. Nel sospetto di malattia nefro-vascolare è altamente distintivo un soffio addominale a livello periombelicale. Esami di secondo livello sono l’ecografia renale, la reno-scintigrafia morfo-funzionale sequenziale, l’ecocolordoppler delle arterie renali, la RM e l’angio-TC. Dal punto di vista clinico, siccome è resistente alla terapia farmacologica, la terapia di scelta è la dilatazione tramite angioplastica dell’arteria stenotica con o senza impianto di stent.
Rif. tnzi0tfl

66 di 140 Domande

Scenario WW43A: Un paziente di 70 anni ha all'ECG bassi voltaggi nelle derivazioni periferiche con asse elettrico deviato verso destra. All'ecocardiografia presenta ipertrofia ventricolare sinistra con aspetto iperecogeno delle pareti ventricolari e con normali diametri del ventricolo sinistro. Qual è il sospetto clinico?

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La risposta corretta è la E.
Il paziente di 70 anni, con bassi voltaggi all’ECG, asse deviato verso destra, ipertrofia ventricolare sinistra con aspetto iper-ecogeno delle pareti ventricolari e normali diametri del ventricolo sinistro, verosimilmente presenta amiloidosi, una sindrome caratterizzata dalla deposizione di amiloide in vari organi e tessuti. In particolare, si distinguono due forme di amiloidosi:
- AL, nota come amiloidosi primaria;
- AA, definita in precedenza come amiloidosi secondaria.
In corso di amiloidosi il coinvolgimento cardiaco causa l’insorgenza di cardiomiopatia restrittiva su base infiltrativa; i pazienti presentano uno scompenso cardiaco diastolico precoce ed isolato, in assenza di alterazioni sistoliche; la frazione di eiezione è generalmente preservata ma, a causa di uno scarso riempimento, la gittata può essere ridotta. L’elettrocardiogramma evidenzia tipicamente QRS con voltaggi ridotti, mentre l’ecocardiogramma un ispessimento iper-ecogeno delle pareti, determinato dall’accumulo di amiloide.
Rif. aghfmtg2

67 di 140 Domande

Scenario AS44Q: Un paziente di 75 anni lamenta astenia e dispnea. All'esame obiettivo presenta toni cardiaci ovattati, pressione arteriosa 90/70 mmHg e turgore delle vene giugulari. Qual è la diagnosi più probabile?

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La risposta corretta è la C.
Per il paziente del caso clinico, in base ai reperti clinico-anamnestici, la diagnosi più probabile è il versamento pericardico, cioè un accumulo di liquido nello spazio pericardico di tipo sieroso (talvolta con filamenti di fibrina), sieroematico, ematico, purulento o chiloso. Tale patologia determina solitamente ovattamento diffuso dei toni cardiaci, itto della punta difficilmente palpabile e ronchi caratteristici a livello del cavo ascellare di sinistra o della base sinistra, dovuti alla compressione dei bronchi e del parenchima polmonare da parte del versamento. L’ECG solitamente presenta segni aspecifici, come QRS con voltaggi diffusamente più bassi. La diagnosi di certezza è posta con l’ecocardiogramma, che consente di accertare versamenti con quantità di fluido > 100mL e in casi dubbi con TC e RM. Invece, il cuore polmonare, un’alterazione strutturale del ventricolo destro dovuta all’ipertensione polmonare, può essere causata da diverse patologie, tra cui BPCO, fibrosi polmonare ed embolia polmonare. Il cuore polmonare cronico determina solitamente dispnea, inizialmente da sforzo, che può essere associata a sincope, angina e senso di oppressione toracica. L’auscultazione può evidenziare un IV tono, l’accentuazione della componente polmonare del II tono e un click di eiezione polmonare. L’ECG mostra segni di sovraccarico e di dilatazione dell’atrio destro, con  asse elettrico deviato a destra, un’inversione delle onde T nelle precordiali destre, un sotto-slivellamento ST nelle periferiche inferiori e onde P polmonari nelle derivazioni periferiche inferiori e nelle precordiali destre (risposta A errata). All’opposto, la cardiomiopatia ipertrofica, una condizione clinica caratterizzata da un ispessimento delle pareti cardiache > 15mm, è solitamente asintomatica o paucisintomatica e, quando presenti, i sintomi sono costituiti da dispnea, ridotta tolleranza allo sforzo, dolore toracico e in alcuni casi sincope. L’esame obiettivo può essere normale o caratterizzato da un soffio sistolico, che si accentua con la manovra di Valsalva, nei pazienti con un’ostruzione del tratto di efflusso. L’ecocardiogramma, un esame altamente sensibile per la diagnosi, consente la misurazione dello spessore della parete miocardica e mostra solitamente deviazione assiale sinistra, ingrandimento dell’atrio sinistro e segni di ipertrofia ventricolare sinistra con onde T invertite nelle derivazioni precordiali (risposta D errata).
Invece, la miocardite, un’infiammazione del muscolo cardiaco, si manifesta con mialgia, astenia, febbre, dolore toracico, palpitazioni e dispnea. L’ECG mostra solitamente alterazioni aspecifiche del tratto ST, cioè un sopraslivellamento del tratto ST in diverse derivazioni, inversione dell’onda T e slargamento del QRS.  L’ecocardiogramma consente di rilevare un’eventuale disfunzione del ventricolo sinistro, la dilatazione delle camere cardiache e, soprattutto nelle fasi acute, un cuore non dilatato ma ipo-contrattile. La risonanza magnetica e la biopsia miocardica permettono la diagnosi definitiva (risposta E errata).
Rif. brl3sbob

68 di 140 Domande

Scenario TG45V: Una paziente di 80 anni presenta un soffio sistolico aspro 4/6 prevalente ai focolai della base e riferisce una recente sincope. Qual è il sospetto clinico?

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La risposta corretta è la D.
Per il paziente del caso clinico di 80 anni, con soffio sistolico aspro 4/6 prevalente ai focolai della base con recente sincope, la diagnosi più probabile è rappresentata dalla stenosi valvolare aortica, un restringimento dell’orifizio valvolare aortico con conseguente ostruzione all’efflusso ventricolare. Normalmente l’area valvolare è compresa fra 3-4-cm2. La causa più frequente di stenosi aortica è degenerativa (calcificazione senile dei lembi valvolari) o più raramente si riscontrano lesioni congenite della valvola (ad esempio, la valvola aortica bicuspide). Dal punto di vista clinico, i sintomi si sviluppano lentamente e progressivamente nel tempo: solitamente compaiono angina, poi sincope e dispnea; inoltre, possono riscontrarsi emboli provenienti da microtrombi sui lembi valvolari con ictus o attacchi ischemici transitori (TIA). L’esame obiettivo consente di rilevare un caratteristico soffio sistolico eiettivo in crescendo-decrescendo udibile principalmente sul focolaio aortico e in tutta l’aia cardiaca. Un reperto tipico è il polso “parvus et tardus”. Il gold standard diagnostico è l’ecocardiogramma che permette di valutare le caratteristiche funzionali e morfologiche della valvola, misurandone l’ampiezza, le dimensioni del ventricolo, l’ipertrofia del ventricolo sinistro e il gradiente pressorio tra le camere cardiache. Infine, l’ECG è spesso normale, anche se in alcuni casi potrebbe mostrare segni di ipertrofia e sovraccarico ventricolare sinistro.
Rif. u4pp8emf

69 di 140 Domande

Scenario HH46N: Viene visitato un uomo di 45 anni in corso di chemioterapia di consolidamento per leucemia acuta mieloide. Da circa 5 giorni presenta febbre non responsiva a terapia antibiotica a largo spettro. Data la presenza di infiltrati nodulari polmonari multipli alla TC torace, positività del galattomannano sierico e negatività delle emocolture prelevate in precedenza, viene posta diagnosi probabile di aspergillosi polmonare invasiva. Qual è la terapia raccomandata di prima linea in assenza di note interazioni farmacologiche?

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La risposta corretta è la B.
Il termine "aspergillosi" si riferisce alla malattia che determina allergia, invasione delle vie aeree o dei polmoni, infezione cutanea o disseminazione extrapolmonare causata da specie di Aspergillus , più comunemente A. fumigatus , A. flavus e A. terreus.
L'aspergillosi invasiva coinvolge più comunemente i polmoni e diverse condizioni possono predisporre all’infezione tra cui tutte quelle che compromettono la risposta immunitaria polmonare e sistemica, quali:
Neutropenia grave e prolungata,
Terapia con alte dosi di glucocorticoidi,
Altri farmaci che portano a risposte immunitarie cellulari cronicamente compromesse (ad esempio, immunosoppressivi somministrati per trattare malattie autoimmuni e per prevenire il rigetto di organi o l’AIDS).
I pazienti con aspergillosi polmonare possono presentare febbre, dolore toracico, dispnea, tosse ed  emottisi. La triade classica, frequentemente descritta in pazienti neutropenici è febbre, dolore toracico pleurico ed emottisi. Tuttavia, l'assenza di questa triade non deve scoraggiare il sospetto diagnostico nei pazienti con fattori di rischio per malattia e con sintomatologia suggestiva.
I reperti radiografici, come le manifestazioni della malattia, possono essere variabili e dipendono in gran parte dall'ospite. Nelle fasi iniziali della malattia la radiografia del torace è insensibile mentre le scansioni della tomografia computerizzata possono dimostrare delle lesioni focali.
All’imaging radiologico delle fasi successive, l'aspergillosi polmonare si manifesta tipicamente con noduli singoli o multipli con o senza cavitazione, con consolidamento frammentario o segmentale o infiltrati peribronchiali. La progressione radiografica della malattia è stata studiata meglio in pazienti neutropenici in cui i reperti iniziali includevano tipicamente noduli con quadri di infiltrazione a vetro smerigliato causati da emorragie nell'area circostante il fungo, seguiti da noduli di aumentate dimensioni, anche durante la terapia appropriata, con certa tendenza alla cavitazione che si può osservare con un caratteristico “segno della mezzaluna”.
Dal punto di vista terapeutco, la terapia iniziale di aspergillosi invasiva, diagnosticata mediante coltura, positività del galattomannano sierico o istopatologia, suggerisce l’utilizzo di voriconazolo ed echinocandina.
Nei pazienti intolleranti al voriconazolo a causa di reazioni gravi, invece, si utilizza una formulazione lipidica di amfotericina B o isavuconazolo.

Rif. 2ghecos4

70 di 140 Domande

Scenario ET47T: Donna di 55 anni, in apparente buona salute, fumatrice (5 sigarette/die) va dal medico per la comparsa di tosse scarsamente produttiva, febbre (38 °C) e dolore toracico persistente a livello sottoscapolare destro da circa 2 giorni. Alla visita vengono rilevati i seguenti parametri generali: pressione arteriosa 110/70 mmHg, frequenza cardiaca 110 bpm ritmico, SatO : 92%, frequenza respiratoria 25 atti/min. All'auscultazione toracica vengono apprezzati crepitii medio basali a destra; viene quindi effettuato RX torace che mostra opacità parenchimale destra. Qual è l'agente eziologico più frequentemente responsabile di tale quadro clinico?

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La risposta corretta è la C.
La polmonite acquisita in comunità è un'infezione acuta del parenchima polmonare.
Dal punto di vista anatomo-patologico le infezioni polmonari si distinguono in forme con prevalente impegno alveolare, polmoniti tipiche, e polmoniti con prevalente impegno interstiziale, polmoniti atipiche.
Le prime si estrinsecano con quadri di polmonite lobare e broncopolmonite: nella polmonite lobare vi è un interessamento lobare massivo e sono descritte almeno 4 fasi del processo patologico, oggi modificati dall’uso della terapia antibiotica. Il primo stadio è quello della congestione, il secondo stadio dell’epatizzazione rossa che si caratterizza per un aumento di consistenza del lobo polmonare associato alla scomparsa della ventilazione, il terzo stadio è chiamato di epatizzazione grigia in cui vi è la lisi delle emazie con essudato purulento all’interno del lobo e la fase finale è quella di risoluzione.
Il patogeno più frequentemente responsabile delle polmoniti acquisite in comunità è lo S. Pneumoniae seguito da Hemophilus influenzae e Moraxella Chatarralis, soprattutto nei pazienti con BPCO.
Le polmoniti causate da S.Pneumoniae sono caratterizzate da un esordio brusco con febbre alta preceduta da brivido, dispnea, dolore pleurico e tosse produttiva; una frequenza respiratoria superiore a 24 respiri/minuto è osservata nel 45-70% dei pazienti e può essere il segno più sensibile nei pazienti adulti più anziani, è comune anche la presenza di tachicardia.
La diagnosi di polmonite lobare è piuttosto semplice, essendo suggerita dalla clinica e da modificazioni caratteristiche all’esame obiettivo che evidenzia crepitii, udibili nella maggior parte dei pazienti, e segni di consolidamento lobare tra cui fremito vocale tattile aumentato, ottusità alla percussione e murmure vescicolare ridotto. Per supportare la diagnosi si possono effettuare esami di laboratorio, tra cui emocromo o indici di flogosi, emocolture od esame dell’espettorato. Per la diagnosi di polmonite, tuttavia, è necessaria la dimostrazione di un'infiltrazione polmonare visualizzata mediante radiografia del torace o altra tecnica di imaging.
La terapia empirica, nei pazienti in buono stato di salute, potrà essere iniziata a domicilio e prevede l’uso di un beta-lattamico (amoxicillina- ac. Clavulanico), associato a un macrolide o di un chinolonico in monoterapia, mentre nei pazienti che devono essere sottoposti ad un ricovero ospedaliero, il trattamento empirico prevede l’uso di un beta-lattamico endovenoso a cui si deve associare un macrolide o un chinolonico.

Rif. epomuefg

71 di 140 Domande

Scenario QL48B: Giunge al Pronto Soccorso un paziente di 37 anni (peso 75 kg), lamentando dolore toracico e dispnea. Dieci giorni prima il paziente ha subito un trauma con conseguente frattura del femore sinistro. Nel sospetto di embolia polmonare, si visita il paziente, riscontrando un edema a livello della gamba sinistra; la frequenza cardiaca è 110 bpm, la frequenza respiratoria 27 atti/min. Qual è l'esame strumentale più indicato nella valutazione iniziale?

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La risposta corretta è la E.
L’embolia polmonare rappresenta la terza patologia cardiovascolare acuta per frequenza ed è causata dalla migrazione nel circolo polmonare di materiale che causa l’occlusione di una o più arterie polmonari. La forma più comune è la tromboembolia polmonare in cui gli emboli sono costituiti di materiale trombotico; più raramente si tratta di embolia grassosa (materiale embolico costituito da midollo osseo) o embolia gassosa (materiale embolico costituito da aria).
Nella tromboembolia polmonare, gli emboli provengono nella maggior parte dei casi dagli arti inferiori attraverso la vena cava, più raramente dagli arti superiori o dalle cavità cardiache di destra e la loro formazione è favorita da tutte quelle condizioni che contribuiscono a condizioni di ipercoagulabilità, di stasi ematica e di iperviscosità ematica.
Dal punto di vista clinico ha una vasta gamma di possibili presentazioni, che vanno da nessun sintomo a shock o morte improvvisa; tuttavia, il sintomo di presentazione più comune è la dispnea di rapida insorgenza accompagnata da dolore toracico (classicamente pleuritico o meno frequentemente anginoso), tosse ed emottisi. La sintomatologia può essere accompagnata da tachipnea, tachicardia, ritmo di galoppo ventricolare o sdoppiamento del secondo tono.
L’iter diagnostico prevede in primis la valutazione della probabilità di embolia polmonare, stimata implicitamente dal medico o per mezzo di modelli clinici: il sospetto di embolia polmonare, per esempio, andrebbe posto in tutti quei pazienti che riferiscono dolore toracico e dispnea in assenza di chiare cause alternative o in associazione ad una TVP. In seguito, bisogna valutare se il paziente risulti emodinamicamente stabile:
Nel paziente emodinamicamente stabile:
e con bassa probabilità clinica pre-test, la diagnosi di embolia polmonare può essere esclusa con certezza in presenza di valori normali di D-dimero;
e con elevata probabilità clinica pre-test o con valori di D-dimero aumentati, è indicata l’esecuzione di un’angio-TC del torace (in pazienti con controindicazioni alla somministrazione di mezzo di contrasto iodato -come in caso di allergia o insufficienza renale-, è possibile eseguire in alternativa la scintigrafia polmonare). L’angio-TC con mezzo di contrasto rappresenta il gold standard per la diagnosi di embolia polmonare poiché consente di evidenziare direttamente gli emboli nell’albero polmonare e i segni di sovraccarico del ventricolo destro: i vasi in cui sono presenti gli emboli sono evidenziati come delle aree di minor enhancement rispetto ai vasi circostanti dello stesso calibro e, in caso di occlusione completa del vaso, si potranno evidenziare dilatazione a monte e assenza di flusso a valle dell’occlusione.
Nel paziente emodinamicamente instabile
critico e con alta probabilità clinica, la dimostrazione di sovraccarico ventricolare destro acuto all’ecocardiografia eseguita al letto del paziente può essere sufficiente per iniziare il trattamento, rimandando l’esecuzione di altri esami diagnostici al momento dell’avvenuta stabilizzazione emodinamica
 ma non critico, si esegue l’angio-TC (se non disponibile o in caso di controindicazioni, si procede all’esecuzione dell’ecocardiogramma).
AncoraLa risposta A non è corretta.
La RMN prevalentemente ha un’applicazione di ricerca: si tratta di un esame che per la sua durata non è agevole da usare in acuto e, altresì, non consente un’adeguata visualizzazione dei vasi polmonari.
La risposta B non è corretta.
La spirometria non permette la diagnosi di certezza e non è utile in condizioni di emergenza.
La risposta C non è corretta.
L’ecografia del torace non permette la diagnosi di certezza e non è utile in condizioni di emergenza.
La risposta D non è corretta.
L’RX torace nella maggior parte dei pazienti mostra delle anomalie aspecifiche, come l’elevazione dell’emidiaframma, la perdita di volume o le atelettasie, e alterazioni specifiche, tra cui la gobba di Hampton alla periferia del polmone, il segno di Westermark (ipertrasparenza dovuta all’occlusione da parte dell’embolo) e l’asimmetria delle arterie polmonari; nonostante ciò ormai non viene più utilizzata in prima battuta vista la superiorità diagnostica dell’angio-TC.
 

Rif. ql5bdddq

72 di 140 Domande

Scenario QL48B: Giunge al Pronto Soccorso un paziente di 37 anni (peso 75 kg), lamentando dolore toracico e dispnea. Dieci giorni prima il paziente ha subito un trauma con conseguente frattura del femore sinistro. Confermata la diagnosi di embolia polmonare, in un quadro di stabilità emodinamica, tutte le seguenti opzioni terapeutiche iniziali sono adeguate, TRANNE una; quale?

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La risposta corretta è la E.
Il trattamento dell’embolia polmonare prevede tre fasi:
La terapia iniziale, nei primi 5-7 giorni dalla diagnosi, ha lo scopo di ridurre la mortalità e viene modulata in base alla severità dell’embolia polmonare.
Nei pazienti emodinamicamente instabili, con embolia polmonare ad alto rischio di mortalità, si deve somministrare terapia trombolitica in assenza di controindicazioni; il trombolitico di scelta è l’attivatore ricombinante del plasminogeno tissutale (rt-PA), mentre ad oggi non vengono più impiegati streptochinasi e urochinasi. In pazienti con controindicazione assoluta alla terapia trombolitica, si può procedere con la tromboembolectomia (chirurgica) o con la trombectomia endoarteriosa (percutanea).
Inoltre, tutti i pazienti con diagnosi di embolia polmonare, anche quelli trattati con trombolitici, devono ricevere terapia anticoagulante rapidamente efficace, quindi eparina sodica somministrata per via endovenosa, con dosaggio aggiustato in base all’aPTT.
Nei pazienti emodinamicamente stabili, con embolia polmonare a basso rischio, si deve somministrare terapia anticoagulante, inizialmente con eparina (eparina a basso pero molecolare ed eparina non frazionata sono equivalenti in termini di efficacia e sicurezza); altresì possono essere somministrati, in alternativa all’eparina, il fondaparinux, rivaroxaban, apixaban, edoxaban e dabigatran.
Contestualmente alla terapia con eparina, deve essere iniziata anche la terapia anticoagulante orale con antagonisti della vitamina K.
In pazienti con controindicazione assolute alla terapia anticoagulante può essere posizionato un filtro cavale rimovibile o definitivo.
La terapia di lungo termine, per i primi 3 mesi, consiste in una terapia anticoagulante allo scopo di ridurre il rischio di recidive. Di prima scelta sono i farmaci anticoagulanti orali, tranne nei pazienti con neoplasia, nei quali si prosegue la terapia con eparina a basso peso molecolare.
La terapia estesa, oltre i primi 3 mesi, infine, è riservata ai pazienti che presentino un elevato rischio di recidiva, sempre con farmaci anticoagulanti orali.

Rif. gz06co7m

73 di 140 Domande

Scenario LA49M: Un medico di Pronto Soccorso sta valutando un uomo di 54 anni che lamenta dolore retrosternale. Il dolore non migliora e improvvisamente il paziente perde coscienza. Nella figura il ritmo presente a monitor è:

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La risposta corretta è la A.
Il ritmo presente a monitor del caso clinico è rappresentato dalla tachicardia ventricolare, un’aritmia ipercinetica caratterizzata dalla sequenza di minimo tre battiti ectopici di origine ventricolare in immediata successione, con una frequenza uguale o superiore a 100 bpm. Da un punto di vista elettrocardiografico, si può distinguere in:
- monomorfa, quando è presente un solo focus ectopico ventricolare con complessi QRS anomali uguali tra di loro;
- polimorfa, quando sono presenti focus ectopici ventricolari multipli con complessi QRS larghi di diversa ampiezza e durata.
È definita:
- non sostenuta, se dura meno di 30 secondi;
- sostenuta, se dura più di 30 sec o se determina una grave compromissione emodinamica con ipotensione, lipotimia o sincope.
Tale patologia deve essere trattata in urgenza, in quanto interferisce con la normale funzione cardiaca, non permettendo il corretto riempimento atriale e ventricolare. All’ECG, si identifica una successione di complessi QRS larghi (durata superiore a 120 ms), a frequenza compresa tra 130 e 200 bpm, in assenza di onde P identificabili.
Al contrario, all’ECG la fibrillazione ventricolare mostra la completa assenza di qualsiasi attività elettrica organizzata, per cui non sono riconoscibili onde P, QRS o T, ma è evidente una serie di onde sinusoidali di ampiezza, intervalli e direzione continuamente variabili (risposta B errata). All’opposto, la fibrillazione atriale si caratterizza per la presenza di onde di attivazione atriale irregolari o “onde f” e complessi QRS, che si succedono ad intervalli totalmente irregolari (risposta E errata).
Rif. 55mgudo3

74 di 140 Domande

Scenario LA49M: Un medico di Pronto Soccorso sta valutando un uomo di 54 anni che lamenta dolore retrosternale. Il dolore non migliora e improvvisamente il paziente perde coscienza. Il trattamento di prima scelta è:

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La risposta corretta è la C.
Per il paziente del caso clinico, che presenta tachicardia ventricolare, perdita di coscienza e dolore retrosternale, il trattamento di prima scelta è rappresentato dalla defibrillazione. Invece, una tachicardia ventricolare stabile e sostenuta può essere anche trattata con farmaci antiaritmici E.V. di classe I o III. Ancora, le manovre vagali possono essere impiegate in caso di tachicardia sopra-ventricolare (risposta A errata). Infine, in caso di tachicardia ventricolare non è necessaria l’espansione volemica, tranne in casi particolari (risposta E errata).
Rif. meuzu9um

75 di 140 Domande

Scenario EF50F: Un uomo ha lavorato in falegnameria come carteggiatore per circa 40 anni. Riferisce che l'ambiente di lavoro era estremamente polveroso. L'uomo lamenta epistassi ricorrenti. Quale delle seguenti patologie può essere maggiormente correlata all'anamnesi lavorativa del paziente?

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La risposta corretta è la C.
L’adenocarcinoma delle cavità nasali e paranasali è un tumore raro, maggiormente frequente in pazienti di età maggiore a 55 anni e negli uomini; inoltre, più spesso si localizza a livello delle cavità nasali o dei seni mascellari.
L’eziologia non è nota, ma fattori di rischio sono sicuramente l’inalazione di alcune polveri (come quelle derivanti dalla lavorazione del legno, della pelle, dei tessuti, le polveri di nichel e cromo), il fumo di sigaretta, alcuni solventi organici, alcuni tipi di papilloma virus, la radioterapia per il trattamento del retinoblastoma.
In base al tipo di cellula coinvolta si distinguono:
carcinoma a cellule squamose (circa il 50% di questi tumori)
carcinoma indifferenziato e neuroendocrino a piccole cellule, raro e aggressivo
adenocarcinoma
neuroblastoma olfattivo
linfomi, sarcomi, melanomi.
La sintomatologia è spesso aspecifica e questo comporta una diagnosi tardiva; tra quelli più specifici abbiamo: congestione nasale persistente, ricorrente perdita di sangue, muco o pus, dolore a carico della regione nasale e periorbitaria, riduzione dell’olfatto, presenza di masse nel naso, linfoadenopatia locoregionale.
La diagnosi prevede innanzitutto un’attenta anamnesi e l’esame obiettivo; può essere utile l’esecuzione di una radiografia per valutare la pervietà dei seni paranasali, ma sicuramente risultano maggiormente sensibili la TC o la RM. Infine, si esegue una biopsia.
Il trattamento vede come parte essenziale la chirurgia, che ad oggi si esegue prevalentemente per via endoscopica; la radioterapia, invece, può avere un ruolo primario ed esclusivo, adiuvante o palliativo e può essere associata alla chemioterapia. In stadi avanzati di malattia con coinvolgimento a distanza, si opta per la sola chemioterapia.

Rif. pqqofn2q

76 di 140 Domande

Scenario GA51L: Un uomo e' stato assunto da un'industria che effettua la cromatura galvanica dei metalli. È stato assegnato al reparto vasche ove effettua manualmente il trasferimento dei pezzi da una vasca all'altra. Quale dei seguenti quadri clinici è compatibile con l'eccessiva esposizione a composti di cromo?

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La risposta corretta è la D.
L’adenocarcinoma delle cavità nasali e paranasali è un tumore raro, maggiormente frequente in pazienti di età maggiore a 55 anni e negli uomini; inoltre, più spesso si localizza a livello delle cavità nasali o dei seni mascellari.
L’eziologia non è nota, ma fattori di rischio sono sicuramente l’inalazione di alcune polveri (come quelle derivanti dalla lavorazione del legno, della pelle, dei tessuti, le polveri di nichel e cromo), il fumo di sigaretta, alcuni solventi organici, alcuni tipi di papilloma virus, la radioterapia per il trattamento del retinoblastoma.
In base al tipo di cellula coinvolta si distinguono:
carcinoma a cellule squamose (circa il 50% di questi tumori)
carcinoma indifferenziato e neuroendocrino a piccole cellule, raro e aggressivo
adenocarcinoma
neuroblastoma olfattivo
linfomi, sarcomi, melanomi.
La sintomatologia è spesso aspecifica e questo comporta una diagnosi tardiva; tra quelli più specifici abbiamo: congestione nasale persistente, ricorrente perdita di sangue, muco o pus, dolore a carico della regione nasale e periorbitaria, riduzione dell’olfatto, presenza di masse nel naso, linfoadenopatia locoregionale.
La diagnosi prevede innanzitutto un’attenta anamnesi e l’esame obiettivo; può essere utile l’esecuzione di una radiografia per valutare la pervietà dei seni paranasali, ma sicuramente risultano maggiormente sensibili la TC o la RM. Infine, si esegue una biopsia.
Il trattamento vede come parte essenziale la chirurgia, che ad oggi si esegue prevalentemente per via endoscopica; la radioterapia, invece, può avere un ruolo primario ed esclusivo, adiuvante o palliativo e può essere associata alla chemioterapia. In stadi avanzati di malattia con coinvolgimento a distanza, si opta per la sola chemioterapia.


Rif. dci3go9h

77 di 140 Domande

La manovra di Phalen potrebbe evocare la sintomatologia dolorosa nei pazienti affetti da:

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La risposta corretta è la B.
La manovra di Phalen è impiegata per la diagnosi della sindrome del tunnel carpale e prevede la flessione forzata del polso: la manovra è considerata positiva se entro un minuto compaiono dolore, torpore o parestesie.
La sindrome del tunnel carpale è un disturbo da compressione nervosa, particolarmente comune, soprattutto nelle donne. È determinata dalla compressione del nervo mediano a livello distale nel tunnel carpale, secondaria a fattori anatomici o patologie particolari (come diabete, artrite reumatoide, gotta) o traumi. Si manifesta con dolore, formicolio e senso di intorpidimento che compaiono gradualmente e peggiorano soprattutto durante la notte; si possono associare anche parestesie delle prime tre dita e della superficie radiale del quarto dito, perdita di forza ed ipotrofia dell’eminenza tenar.
Il trattamento prevede l’uso di tutori notturni e la chirurgia decompressiva.

Rif. se5uao2v

78 di 140 Domande

Scenario II52O: Una paziente di 78 anni, che presenta in anamnesi ipertensione arteriosa in terapia, affetta da frattura diafisaria del femore viene sottoposta a intervento chirurgico di sintesi. Quando dovrebbe essere iniziata la terapia di riabilitazione?

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La risposta corretta è la A.
Nell’anziano la frattura del femore si manifesta generalmente in seguito ad episodi di caduta o di traumatismi lievi, localizzandosi tipicamente all’estremità superiore (a livello della testa o del collo). Quando la frattura è scomposta, l’arto interessato si presenta addotto, extraruotato ed accorciato rispetto al controlaterale; si associa a dolore intenso e importante limitazione della mobilità dell’arto. La diagnosi è confermata con RX in più proiezioni; il trattamento è chirurgico di osteosintesi, in caso di fratture ingranate, o di sostituzione della testa del femore (con endoprotesi).
Le fratture che interessano la diafisi femorale sono invece più rare e si verificano soprattutto nei giovani a causa di incidenti stradali; questo tipo di frattura causa un gonfiore evidente, deformità ed instabilità: poiché si verifica in seguito a gravi eventi traumatici tende ad associarsi ad altre lesioni gravi. La diagnosi viene confermata dall’esame radiografico e il trattamento prevede l’immobilizzazione immediata con trazione transcheletrica in attesa del trattamento chirurgico di inchiodamento endomidollare, che dovrebbe avvenire entro 48h dal trauma. Anche la riabilitazione deve essere intrapresa precocemente, entro 48h dall’intervento chirurgico, al fine di favorire una rapida ripresa della deambulazione e ridurre il rischio delle complicanze associate all’allettamento.

Rif. gz2ezvzs

79 di 140 Domande

Scenario LL53I: Un uomo di 66 anni, obeso, fumatore e iperteso, è in terapia con simvastatina (40 mg) da circa 2 anni dopo un grave infarto del miocardio. A una visita di controllo i valori plasmatici di trigliceridi risultano accettabili, mentre quelli del colesterolo LDL risultano eccessivamente elevati rispetto agli obiettivi terapeutici. Quale dei seguenti farmaci è la migliore associazione alla simvastatina in modo da ottenere un'ulteriore riduzione dei valori di LDL, garantendo una buona sicurezza terapeutica?

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La risposta corretta è la E.
Per il trattamento del paziente del caso clinico la migliore associazione alla simvastatina per ottenere un’ulteriore riduzione dei valori di LDL, garantendo una buona sicurezza terapeutica, è l’ezetimibe in grado di inibire l’assorbimento del colesterolo da parte degli enterociti dell’intestino tenue. L’ezetimibe, legandosi alla proteina di trasporto Niemann-Pick C1-Like 1 (NPC1L1), determina la sovra-regolazione dei recettori LDL sulla superficie delle cellule epatiche, aumentandone la captazione con conseguente riduzione dei livelli ematici di LDL. Così, l’inibizione dei recettori NPC1L1 determina anche una maggiore eliminazione del colesterolo attraverso la bile. Invece, il gemfibrozil, un farmaco appartenente alla classe dei fibrati, ha effetto ipo-lipidemizzante. Si ritiene che sia in grado di attivare la lipoprotein-lipasi (LPL), che stimola la rimozione delle lipoproteine ricche di trigliceridi (VLDL e chilomicroni); inoltre, è in grado di ridurre la sintesi epatica delle VLDL e di aumentare quella di HDL (risposta A errata). Il fenofibrato, derivato dell’acido fibrico, ha azioni simili al gemfibrozil (risposta D errata). Al contrario, il pioglitazone, appartenente alla classe dei tiazolidindioni, viene impiegato come insulino-sensibilizzante nel trattamento del diabete mellito di tipo 2. Attiva i recettori PPAR-γ presenti sulle cellule del tessuto adiposo, del pancreas, del muscolo, dell’endotelio e sui macrofagi, migliorando la sensibilità all’insulina e l’utilizzo del glucosio (risposta B errata). Infine, l’acido nicotinico o niacina, una vitamina idrosolubile del complesso B, riduce i livelli di colesterolo totale e aumenta i livelli di HDL-C. Inibisce la lipolisi dei trigliceridi da parte della lipasi ormono-sensibile con conseguente ridotta sintesi di trigliceridi e VLDL; inoltre, innalza i livelli di HDL, riducendo la clearance della apoA-I. Infine, la somministrazione contemporanea di niacina e statine può provocare miopatia (risposta C errata).



Rif. 7zdlc55g

80 di 140 Domande

Scenario GG54L: Un uomo di 60 anni si presenta all'attenzione clinica per progressiva e ingiustificata perdita di peso (10 kg nei precedenti 3 mesi), associata ad astenia. L'esame obiettivo evidenzia un'anisocoria pupillare, con pupilla destra miotica. L'occhio destro presenta, inoltre, ptosi palpebrale. Quale delle seguenti indagini diagnostiche risulta più adeguata per individuare la neoplasia che più probabilmente ha determinato tale quadro clinico?

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La risposta corretta è la B.
La sindrome di Bernard-Horner o sindrome oculopupillare è una condizione causata da una lesione del tronco del simpatico, che provvede all’innervazione simpatica di testa, occhi e collo: per cui segni caratteristici sono ptosi, miosi e anidrosi omolaterali alla lesione, dovuti a prevalenza della funzione parasimpatica.
Il tronco del simpatico, che è lesionato in caso di sindrome di Horner, è costituito da diverse tipologie di neuroni posti in serie e chiamati neuroni di primo, di secondo e di terzo ordine: la lesione interessa una di queste classi di neuroni per cui distinguiamo:
Cause che possono agire a livello dei neuroni di primo ordine (che si estendono dall’ipotalamo al midollo spinale):
Ictus
Tumore cerebrale
Trauma cerebrale o al collo
Siringomielia
Sclerosi multipla
Encefalite
Sindrome di Wallenburg.
Cause che possono agire a livello dei neuroni di secondo ordine (che si estendono a partire dal midollo spinale, attraversano la parte alta del torace e terminano nel collo):
Tumore polmonare
Schwannoma
Danno vascolare di uno dei principali vasi toracici
Intervento chirurgico a livello toracico
Tiroidectomia
Traumi
Paralisi di Klumpke
Tumore della tiroide o gozzo tiroideo.
Cause che possono agire a livello dei neuroni di terzo ordine (che si estendono dal collo fino alla cute del volto e ai muscoli dell’iride e delle palpebre)
Danno all’arteria carotide
Danno alla vena giugulare
Tumore della base del cranio
Emicrania e cefalea a grappolo
Trombosi del seno cavernoso.
Tra le cause più frequenti di sindrome di Horner vi è il tumore del polmone, ritenuto la causa più comune di morte per neoplasia negli uomini, anche se, negli ultimi anni, è cresciuto il tasso di mortalità anche nelle donne, a causa della diffusione dell’abitudine tabagica. L’iter diagnostico del tumore del polmone prevede in primo luogo l’accertamento dell’effettiva presenza del tumore mediante RX torace e TC torace con mdc, che permettono la visualizzazione della lesione e la sua localizzazione. Il secondo livello diagnostico consiste nella caratterizzazione istologica per accertare la natura e l’istotipo della neoplasia: se il tumore cresce all’interno del bronco, si potranno eseguire prelievi della mucosa bronchiale tramite fibrobroncoscopia, se invece la lesione è periferica si può ricorrere ad agoaspirato e/o a una biopsia TC-guidata. Il terzo livello diagnostico prevede l’esecuzione di una TC total body e di una PET per valutare la presenza di localizzazioni a distanza.

Rif. ac3m3758

81 di 140 Domande

Scenario RR55C: Dopo un incidente automobilistico con grave trauma cranico, un uomo di 43 anni viene ricoverato in ospedale. Durante la degenza è riscontrato un notevole incremento della diuresi (fino a 6 litri al giorno), molto superiore rispetto alla quantità di liquidi introdotta. Il paziente lamenta sete intensa. Quale dei seguenti è il trattamento più appropriato nel caso descritto?

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La risposta corretta è la C.
Per il paziente del caso clinico, che ha subito un grave trauma cranico dopo incidente con evidenza di notevole incremento della diuresi, la diagnosi più probabile è rappresentata da diabete insipido; di conseguenza, il trattamento più appropriato è rappresentato dalla somministrazione di desmopressina, un analogo dell’ADH; rispetto alla molecola originale, presenta una maggiore e più prolungata attività antidiuretica. La desmopressina viene anche impiegata nel trattamento dell’enuresi e nei pazienti con emofilia A e nella malattia di von Willebrand per la sua capacità di determinare un momentaneo aumento del fattore VIII. ​​​​​​​

Rif. 597aun3m

82 di 140 Domande

Scenario AC56Q: Una donna di 64 anni, nota per cardiopatia ipertensiva, si presenta in Pronto Soccorso lamentando debolezza muscolare e palpitazioni. L'ECG mostra onde T appuntite ("a tenda") e un intervallo PR prolungato. Quale dei seguenti farmaci è verosimilmente responsabile dei sintomi della paziente e del quadro ECG descritto?

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La risposta corretta è la B.
Lo spironolattone, diuretico risparmiatore di potassio in grado di inibire competitivamente il legame dell’aldosterone al suo recettore, è verosimilmente responsabile dei sintomi e dell’elettrocardiogramma della paziente: infatti, il principale rischio correlato all’impiego di tale farmaco è l’iperkaliemia, che risulta generalmente asintomatica finché non sopravvengono le aritmie cardiache. L’ECG tipicamente mostra onde T di aumentata ampiezza (onde “T appuntite” o “a tenda”), allungamento dell’intervallo PR, assenza o appiattimento delle onde P, aumento della durata del complesso QRS e riduzione della frequenza cardiaca. Lo spironolattone, inoltre, presenta una certa affinità nei confronti dei recettori del progesterone e degli androgeni, potendo indurre effetti collaterali come ginecomastia, impotenza e irregolarità mestruali. Può anche provocare diarrea, gastrite e sanguinamento gastrico. 
Rif. zv154mft

83 di 140 Domande

Scenario DI57V: Un ragazzo di 22 anni giunge in Pronto Soccorso per febbre e dispnea. Una emogasanalisi arteriosa evidenzia una marcata ipossiemia (PaO 55 mmHg). Una radiografia del torace e una successiva TC mostrano infiltrati interstiziali diffusi, bilaterali. Il paziente riferisce rapporti sessuali a rischio nei due anni precedenti. Viene posto un sospetto di polmonite da Pneumocystis jirovecii in AIDS. Il paziente non riferisce allergie a farmaci. Quale dei seguenti antibiotici è preferibile per il trattamento della polmonite?

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La risposta corretta è la A.
La sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) è una malattia ad eziologia virale con andamento epidemico. Le manifestazioni cliniche sono costituite da infezioni opportunistiche e da insolite forme di tumori maligni alla cui base vi è il deficit selettivo di una sottopopolazione linfocitaria (linfociti T CD4+), che viene infettata dal virus HIV. La modalità più frequente di trasmissione del virus HIV è la via sessuale, ma può avvenire anche per via parenterale o per via maternofetale (sia durante la gravidanza, che al momento del parto o durante l’allattamento).
Ma va sottolineato che l’AIDS è una condizione differente dall’infezione acuta di HIV: infatti si distinguono diverse fasi di malattia in base al numero di linfociti CD4/m3/L e alle condizioni cliniche associate all’infezione.
L’infezione acuta da HIV si manifesta, in genere, con una sindrome simil-mononucleosica, d’intensità e durata variabili, che si accompagna a trombocitopenia e linfoadenopatia generalizzata.
Solo la fase cronica di malattia (nota come appunto AIDS) si caraterizza per la comparsa delle infezioni opportunistiche e dei tumori maligni, poiché il numero di linfociti T CD4+ è inferiore a 200.
Tra le infezioni opportunistiche più frequenti nel paziente con AIDS abbiamo la polmonite da P. jirovecii, patogeno attualmente classificato come fungo, che determina un quadro di polmonite caratterizzato da un decorso subacuto con febbricola, tosse non produttiva, dolore retrosternale, astenia. Nei casi tipici all’Rx del torace è possibile riscontrare un’infiltrazione interstiziale bilaterale, ma la diagnosi certa si ottiene con l’isolamento del patogeno. Il farmaco di scelta è il trimetoprim-sulfametossazolo (o co-trimoxazolo) per 3 settimane; nei soggetti allergici ai sulfamidici si somministra pentamidina e.v.

Rif. qz49t5g2

84 di 140 Domande

Scenario AL58W: Una ragazza di 23 anni giunge all'attenzione del medico riferendo che la cute è diventata gialla e che sono comparsi dei tremori alle braccia. La madre riporta inoltre che la figlia nell'ultimo periodo è depressa. All'esame obiettivo la cute è itterica. Alla palpazione dell'addome il margine epatico è palpabile a circa 5 cm sotto l'arcata costale. Inoltre, all'indagine con lampada a fessura, sono visibili dei depositi verdi-marroni corneali disposti ad anello intorno all'iride. Quale dei seguenti accertamenti è più appropriato per confermare il sospetto diagnostico?

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La risposta corretta è la E.
In base ai reperti clinico-anamnestici del caso clinico, il dosaggio dei livelli sierici di ceruloplasmina rappresenta l’accertamento diagnostico appropriato per confermare il sospetto di malattia di Wilson, un disordine del metabolismo caratterizzato da accumulo tissutale di rame, a trasmissione autosomica recessiva. Tale accumulo è dovuto al deficit della capacità degli epatociti di eliminare il rame attraverso la bile, che si accumula nel fegato, inibendo la conversione di apo-ceruloplasmina in ceruloplasmina. Insorge tra i 6 e i 40 anni e la presentazione clinica è variabile: nel 50% dei casi esordisce con manifestazioni epatiche, come elevazione delle transaminasi, fino a cirrosi o epatite acuta, ittero e/o epatomegalia. Nel 35% dei casi l’esordio è neurologico con tremore, bradicinesia, incoordinazione motoria, disartria. Altra tipica manifestazione è la presenza dell’anello di Kayser-Fleischer. Frequenti sono anche le manifestazioni psichiatriche: turbe del comportamento e della personalità, psicosi maniaco-depressiva e schizofrenia. La diagnosi si basa sul riscontro di un basso livello di ceruloplasmina sierica, su un'elevata escrezione urinaria di rame e, talvolta, sui risultati della biopsia epatica. Il trattamento si basa sull’assunzione a vita di agenti chelanti il rame, come la penicillamina. Al contrario, non sono utili per tale diagnosi il dosaggio dei livelli di etil-glucuronide urinario, di acido vanilmandelico urinario, di colesterolo totale, di HDL e di trigliceridi ematici (risposte A, B, C e D errate).



Rif. br223d6h

85 di 140 Domande

Scenario QQ59O: Un ragazzo di 18 anni viene portato in stato soporoso al Pronto Soccorso dai genitori. La madre riferisce che il figlio ha avuto nausea, vomito e dolori addominali. Le prime cose che vengono notate dal personale medico sono grave disidratazione e respiro irregolare caratterizzato da profonda inspirazione e rapida espirazione. Viene eseguita una emogasanalisi arteriosa che mostra: pH 7.15; pCO 15 mmHg; HCO 8 mEq/L. Il gap anionico calcolato è di 30 mEq/L. Qual è l'interpretazione corretta di tale emogasanalisi?

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La risposta corretta è la C.
Nella valutazione di un emogas arterioso è necessario analizzare:
L’ossigenazione: si valuta non considerando solamente il valore di pO2, ma rapportando quest’ultimo alla FiO2, quindi eseguendo il rapporto tra la pressione parziale di ossigeno arteriosa e la frazione di ossigeno inalata (P/F). Se P/F > 300 ci troviamo nella normalità, se P/F = 200-300 allora il paziente presenta una insufficienza respiratoria lieve-moderata, se P/F < 200 il paziente presenta una grave insufficienza respiratoria.
Il pH: il pH ematico ha un valore normale che oscilla tra 7,35 e 7,45. Si parla quindi di acidosi in caso di una riduzione del pH (pH<7,35) e di alcalosi in caso di un aumento del pH (pH>7,45). Sia l’acidosi che l’alcalosi possono essere respiratoria o metabolica:
L’acidosi respiratoria è dovuta a un primitivo aumento della pressione arteriosa di anidride carbonica che determina una riduzione del pH arterioso. Nella maggior parte dei casi è dovuta a ridotta ventilazione alveolare con ridotta capacità di eliminare la CO2. Il compenso è dato inizialmente dai sistemi tampone plasmatici, ma successivamente in maniera più duratura e stabile dal rene, con aumento del riassorbimento di bicarbonati.
L’acidosi metabolica è dovuta a un eccesso di acidi (dovuto a eccessiva produzione da parte del metabolismo anaerobio o in caso di sepsi o intossicazioni, chetoacidosi diabetica, inadeguata escrezione renale) o ad una ridotta concentrazione di ioni bicarbonato. Il compenso è prevalentemente polmonare, con iperventilazione che determina un aumento dell’escrezione della CO2.
L’alcalosi respiratoria è dovuta ad un’eccessiva eliminazione di CO2 con la respirazione e viene compensata a livello renale mediante una riduzione del riassorbimento di bicarbonati e ridotta escrezione di acidi.
L’alcalosi metabolica è dovuta ad un’eccessiva perdita di protoni (durante vomito prolungato) o a sproporzionato riassorbimento di bicarbonati o a ingestione di alcali. Viene compensata a livello polmonare con ridotta eliminazione di anidride carbonica.
La pCO2: la pressione parziale di CO2 normalmente varia tra 35-45 mmHg. Quindi valori alterati di pCO2 possono rappresentare il primum movens dell’alterazione del pH o l’attuazione di un meccanismo di compenso polmonare. In particolare:
Se pH< 7,35 con pCO2>45mmHg si tratta di un’acidosi respiratoria
Se pH>7,45 con pCO2<35mmHg si tratta di un’alcalosi respiratoria.
La concentrazione di HCO3-: la concentrazione di bicarbonati nel sangue varia tra 22-26 mEq/l e sue variazioni possono rappresentare il primum movens dell’alterazione del pH o l’attuazione di un meccanismo di compenso polmonare. In particolare:
Se pH<7,35 con HCO3-<22 mEq/l si tratta di un’acidosi metabolica
Se pH>7,45 con HCO3->26 mEq/l si tratta di un’alcalosi metabolica.
Valutare se presente il compenso atteso.
Il gap anionico: viene valutato in caso di acidosi metabolica per comprenderne la causa, in particolare se dovuta ad un aumento di acidi o ad una perdita di bicarbonati. Per gap anionico intendiamo letteralmente un disavanzo anionico, cioè un disavanzo di ioni a carica negativa: negli esami sierici consideriamo quali cariche positive sodio e potassio e quali cariche negative solo cloro e bicarbonato, ma in tal modo non consideriamo alcuni anioni che vanno a costituire il gap anionico, il cui valore normale è 12-16 mEq/l.
In corso di acidosi metabolica provocata da un aumento della quota acida il gap anionico risulta aumentato, mentre in corso di acidosi metabolica dovuta ad una perdita di bicarbonati il gap anionico è ridotto. ​​​​​​​

Rif. n4ufid3g

86 di 140 Domande

Scenario FI60T: Una donna di 45 anni riferisce ematuria e dolore al fianco destro da qualche settimana. Le sembra anche di avvertire una massa palpabile a livello del fianco destro. Si pone il sospetto di una neoplasia del rene. Qual è il primo esame diagnostico che si dovrebbe proporre?

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La risposta corretta è la D.
Il rene può essere sede di tumori primitivi o metastatici. I tumori primitivi si distinguono in benigni (adenoma, angiomiolipoma) e maligni (adenocarcinoma renale).
L’adenocarcinoma è la più frequente neoplasia di origine renale; ne esistono 4 varianti istologiche: il carcinoma a cellule chiare, il tumore papillare, il carcinoma cromofobo e la variante dei dotti di Bellini.
Attualmente, la triade classica di dolore a livello della fossa renale, macroematuria e massa addominale palpabile è poco frequente e la maggior parte dei tumori renali viene rilevata occasionalmente.
In caso di sospetto, il primo esame diagnostico da eseguire è l’ecografia renale, che in maniera non invasiva, rapida e con costi limitati, consente di visualizzare la neoplasia e di distinguere le masse solide dalle cisti. Successivamente si esegue una TC addominopelvica con mezzo di contrasto, gold standard per i tumori renali, che permette una maggiore caratterizzazione della massa. In caso di diagnosi confermata, si procede alla rimozione della neoplasia mediante nefrectomia totale o approccio chirurgico conservativo.
La risposta A non è corretta.
L’urografia con mezzo di contrasto è un esame radiologico che serve allo studio del tratto urinario; permette di individuarne eventuali ostruzioni dovute ad esempio alla presenza di calcoli o tumori.
La risposta B non è corretta.
La scintigrafia ossea fornisce informazioni circa l’eventuale coinvolgimento dello scheletro da parte del tumore renale e viene indicata in pazienti in stadio avanzato o che lamentano dolori ossei.
La risposta C non è corretta.
La cistoscopia è un esame endoscopico che permette la valutazione dell’uretra e della cavità vescicale.
La risposta E non è corretta.
L’arteriografia renale viene impiegata per valutare la pervietà delle arterie renali.

Rif. ddn16utc

87 di 140 Domande

Scenario SC61C: Un uomo di 47 anni asintomatico esegue esami ematochimici che evidenziano esclusivamente un lieve incremento della bilirubina indiretta. Quale, tra le seguenti situazioni cliniche è tipicamente responsabile di un quadro di iperbilirubinemia indiretta (o non coniugata)?

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La risposta corretta è la B.
La sindrome di Gilbert, una condizione familiare a trasmissione autosomica dominante a penetranza incompleta, determina un quadro di iperbilirubinemia indiretta (o non coniugata) lieve e asintomatica. L’istologia del fegato è normale. La patogenesi può coinvolgere difetti complessi della captazione della bilirubina da parte del fegato. L'attività della glucuronil-trasferasi è bassa, anche se non bassa quanto nella sindrome di Crigler-Najjar di II tipo. L’ittero può intensificarsi in seguito a digiuno, stress, sforzi fisici, abuso di alcol. L’unico dato di laboratorio alterato è l’iperbilirubinemia indiretta: un valore aumentato di bilirubina, che solitamente fluttua tra 2 e 5 mg/dL (34 e 86 μmol/L) e tende ad aumentare con il digiuno e con altri stress. La diagnosi può essere confermata con la prova del digiuno (che provoca un aumento della bilirubina di almeno 2 mg/dl in presenza di tale sindrome) e con il test con barbiturici (la cui somministrazione per 3 giorni consecutivi alla dose di 100 mg/die per os provoca una diminuzione della bilirubinemia). Infine, l’urobilinogeno nelle urine è normale o ridotto.
Al contrario, la calcolosi biliare, l’adenocarcinoma della testa del pancreas e la cirrosi biliare primitiva sono cause di ittero postepatico, che determinano un ostacolo all’escrezione della bilirubina a livello delle vie biliari e un accumulo di bilirubina diretta (risposta A, D ed E errate).
Così, la sindrome di Dubin-Johnson, una malattia benigna genetica con una ereditarietà autosomica recessiva e prognosi ottima, determina una ridotta capacità di escrezione della bilirubina attraverso il polo biliare con conseguente accumulo di bilirubina diretta (risposta C errata).
Rif. 155qticp

88 di 140 Domande

Scenario GN62N: Un uomo di 54 anni viene portato nella Sala Urgenze del Pronto Soccorso per un arresto cardiaco. Agli esami si evidenzia un valore di potassio di 8,1 mEq/L. Quale tra le seguenti condizioni NON rientra tra le possibili cause di iperkaliemia?

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La risposta corretta è la C.
L’iperkaliemia è una condizione clinica caratterizzata da una concentrazione di potassio >5,5 mEq/L, la cui conseguenza più pericolosa è l’insorgenza di aritmie cardiache.
È una condizione che può essere determinata da:
Aumentato apporto di potassio
Fuoriuscita di potassio dalle cellule, in caso di
distruzione cellulare per emolisi intravasale, sindrome da lisi tumorale o rabdomiolisi
acidosi
Ipoinsulinemia e iperosmolarità
Intenso sforzo fisico
Tossicità da digitale o da β-bloccanti
Ridotta eliminazione di potassio, per
Diminuito influsso renale di soluti
Malattia di addison
Diuretici
Nefropatie
Ostruzione urinaria
IRA
Eccesso di ACE inibitori
Eparina.

Rif. m0f640f2

89 di 140 Domande

Scenario GM63M: Il 13 agosto del 2011, alle ore 20, in Sicilia, un medico legale viene contattato dal Pubblico Ministero in quanto avvisato dalle forze dell'ordine del ritrovamento di un cadavere presso il domicilio dello stesso. Giunto sul luogo, il medico legale viene informato dalla polizia che, a causa dell'odore acre presente nell'appartamento, si era proceduto ad apertura delle finestre di tutte le stanze della casa. Si iniziano le operazioni di sopralluogo, il cadavere si presenta come in figura. Alla luce dell'immagine allegata e dei dati riportati, considerando una completa risoluzione della rigidità, si può stimare in via preliminare che siano trascorsi:

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La risposta corretta è la B.
Il rigor mortis, ovvero la rigidità muscolare del cadavere, Ã¨ uno dei segni riconoscibili della morte. È causato dalla degradazione dell’adenosintrifosfato (ATP) in ADP+P (fosforo), che dopo la morte non può essere rigenerato in ATP , determinando la formazione di resistenti ponti chimici tra le proteine muscolari.
Tutti i muscoli del corpo cominciano a irrigidirsi dopo circa 3 ore dalla morte più o meno contemporaneamente (l'irrigidimento sembra avvenire prima nei muscoli più piccoli); il rigor si completa dopo circa 10-12 ore e perdura per circa 24-36 ore, quando la temperatura ambientale Ã¨ di 20-25 Â°C.
Di solito la completa scomparsa del rigor ha luogo a distanza di 3 o 5 giorni dal decesso e coincide di solito con il sopravvenire dei processi putrefattivi.
L’instaurarsi del rigor mortis è fortemente influenzato dalla temperatura ambientale (le temperature elevate accelerano la comparsa e la scomparsa del rigor), dalla temperatura corporea e dall'attività fisica precedente la morte (maggiori sono la temperatura corporea e l’attività fisica subito prima del decesso, più rapidamente si instaurerà il rigor).

Rif. lfzlarl8

90 di 140 Domande

Scenario AT64R: Un medico del Pronto Soccorso, durante lo svolgimento dell'attività lavorativa, viene colpito con una sbarra di ferro da un paziente di 30 anni in evidente stato di ebbrezza che si era recato in ospedale per un forte mal di testa. Il sanitario viene sottoposto a una TC che mostra la presenza di un'emorragia sottorbitaria e in sede frontale destra, e di una frattura delle ossa del naso con prognosi di 50 giorni. Eseguita la denuncia per lesioni personali, il Giudice nomina il proprio perito per determinare la natura e l'entità delle lesioni riportate dal sanitario. In ambito di responsabilità penale, come si configurano le lesioni personali riportate dal medico colpito?

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La risposta corretta è la A.
La lesione personale è un delitto previsto dall’articolo 582 del codice penale italiano.
La lesione personale si determina quando in conseguenza di un comportamento omissivo o commissivo, doloso o colposo, si realizzi uno stato di malattia nel corpo e nella mente.
La gravità delle lesioni personali è prevista dall’articolo 583 del CP, in cui vengono distinte, in base alla prognosi del soggetto leso:
Lesioni lievissime che determinano una malattia di durata pari e non superiore a 20 giorni (passibili a querela dell’offeso)
Lesioni lievi che determinano una malattia di durata compresa tra i 21 e i 40 giorni (procedibili d’ufficio se dolose)
Lesioni gravi (procedibili d’ufficio) in caso di
Malattia di durata superiore ai 40 giorni
Incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni di durata superiore ai 40 giorni
Malattia che metta in pericolo l’incolumità della persona offesa
Indebolimento a carattere permanente di un senso o di un organo
Lesioni gravissime (procedibili d’ufficio) in caso di
Malattia certamente o probabilmente insanabile
Perdita di un senso
Perdita dell’uso di un organo
Perdita di un arto o una mutilazione che renda l’arto inservibile
Perdità della capacità di procreare
Permanente e grave difficoltà della favella
Deformazione o sfregio permanente del viso.

Rif. h3slqo13

91 di 140 Domande

Quale, tra queste infezioni, NON è solitamente sostenuta dallo Streptococcus pneumoniae?

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La risposta corretta è la C.
Lo streptococcus pneumoniae (in passato anche noto come diplococcus pneumoniae) è un batterio Gram positivo. Al microscopio risulta costituito da due cocchi uniti per un’estremità, il che conferisce il tipico aspetto a fiamma. La capsula polisaccaridica, di cui alcuni ceppi di pneumococco sono dotati, rende questo batterio particolarmente virulento poiché ne impedisce la fagocitosi. Tuttavia nella maggior parte dei casi la virulenza del batterio non risulta elevata e si comporta per lo più come patogeno opportunista, in grado di colpire soprattutto soggetti immunodepressi.
Lo pneumococco è conosciuto come il principale responsabile delle polmoniti contratte in comunità negli adulti (si tratta generalmente di una polmonite lobare). Ma è causa anche di altre patologie infettive, più o meno severe: meningite, osteomielite, pericardite, peritonite, bronchite, congiuntivite, otite media e sinusite.
Generalmente viene trattato in associazione con amoxicillina- acido clavulanico e cefalosporine di terza generazione. È possibile prevenire l’infezione con un vaccino specifico.

Rif. dem5e363

92 di 140 Domande

Scenario QN65T: Una ragazza di 20 anni si rivolge al proprio medico curante per febbre, malessere e dolore urente in sede genitale. Alla visita vengono riscontrati una linfoadenopatia inguinale dolente, lesioni vescicolari ed erosioni a livello dei genitali esterni. Qual è l'agente eziologico verosimilmente responsabile di tale infezione genitale?

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